L’etica della pertinenza (e la pertinenza di Michel Foucault)

Ancora qualche riflessione, fra l’altro preannunciata (e promessa a Chiara), sulle conversazioni dal basso. Il tema è la pertinenza come nuovo criterio selettivo per la fruizione di contenuti mediali, in sostituzione del criterio di qualità definito dai mezzi di comunicazione tradizionali (ne ha parlato Giuseppe Granieri nella conversazione con Giovanni Boccia Artieri).

In realtà il tema della pertinenza, dopo il convegno di Pesaro, ha continuato a ronzare nella mia testa, procurandomi un certo fastidio. Ma non riuscivo a capire il perché, fino a quando non ho letto altri commenti e, finalmente, ho associato la parola pertinenza a un libro di Michel Foucault che ho letto la scorsa estate… ma andiamo con ordine.

L’idea della pertinenza sicuramente incuriosisce e, in prima battuta, viene accolta in modo positivo.
La pertinenza come nuova forma di democratizzazione del sistema dei media, dove la qualità dei contenuti non viene più stabilita dall’alto ma dagli utenti stessi che possono decidere che cosa conta per loro. La pertinenza, detta così, richiama un’altra parola chiave che viene spesso associata ai nuovi media: la personalizzazione, intesa come possibilità di creare il proprio percorso all’interno dell’universo della comunicazione.
Fin qui niente di male. Anzi! Si potrebbe persino parlare di una nuova etica della pertinenza, intesa come una sorta di recupero del punto di vista soggettivo nella comunicazione sociale.

Eppure questa parola, pertinenza, sembra nascondere il solito strano inganno messo in atto dalla società (lo ha scritto Roberta, lo ha commentato GBA): si mostra, in maniera accattivante, una pratica che sembra vicina alla dimensione dell’individuo, alle sue esigenze e alla sua storia, ma che, invece, si presta bene alla riproduzione della comunicazione sociale attraverso i vissuti (una sorta di “sfruttamento” dei vissuti per produrre comunicazione).

La pertinenza, dunque, come illusione di libertà individuale (Luhmann direbbe di attribuzione individuale): mentre, di fatto, indica indifferenza sociale per i vissuti soggettivi.

il sistema – cito Roberta – si disinteressa della qualità, in quanto in generale si disinteressa dei contenuti, e delega non solo la produzione dei contenuti (gli economisti direbbero: esternalizza, fa outsourcing, ecc.), delega persino il criterio di valutazione di quegli stessi contenuti. Ognuno è libero di decidere cosa è di qualità, perchè al sistema della comunicazione, la qualità non interessa. […] Al sistema della comunicazione (chiamatelo rete, web 2.0 o come caspita preferite) interessa che CI SIANO CONTENUTI E CONNESSIONI, è indifferente quale contenuto e quale connessione sia (entrambi, difatti, li fa produrre agli utenti, vedi gli algoritmi di Google…).

Pertinenza come indifferenza per le qualità.
Ok. Ma queste qualità – vive e concrete – dalle quali, comunque, la comunicazione parte, che fine fanno? Qual è il loro destino all’interno del sociale e sue logiche?

E qui secondo me si apre un’altra importante questione (e viene la parte difficile del post): la personalizzazione e la pertinenza rappresentano non solo un’occasione di riproduzione della società, ma anche e soprattutto un potente sistema di controllo sugli individui. Un sistema tanto potente in quanto impostato su meccanismi di esposizione volontaria alla comunicazione (la comunicazione di vissuti soggettivi, per intendersi) – ne ha parlato anche Chiara.

La pertinenza diventa allora una strategia per incrementare la varietà nel sociale, per esplicitarla e, in questo modo, depotenziarla, deprivarla della sua forza. Così agisce il controllo: attraverso la possibile resa comunicativa di tutti i fenomeni, attraverso la loro normalizzazione comunicativa, che in fondo non è che una sorta di sterilizzazione dalla vita.

Questa volta, però, si tratta di una forma di controllo anch’essa completamente svincolata dagli individui e dalle loro vite. Una forma di controllo che si colloca nei processi ricorsivi di una società riferita solo a se stessa. Un controllo non più basato sulla sorveglianza di forze esterne al potere, ma sul governo, inteso come forma di organizzazione del potere stesso (e dunque autocontrollo).

Si tratta di un’idea coerente con i caratteri della società attuale, per due motivi:
– la società non è più integrata da principi comuni e, per questo, non è più possibile ricondurre i meccanismi di potere ad un unico sguardo privilegiato (il sovrano, o – in termini moderni – la politica, l’economia, la giustizia); la società necessita di forme di autocontrollo che permettano la coesistenza di diversi principi regolatori (che corrispondono ai codici dei diversi sistemi nei quali la società è frammentata);
– la società, con i suoi apparati, le sue istituzioni, appare sempre più svincolata dalle individualità, ma si orienta all’idea generica di una forma-persona adatta a partecipare alla comunicazione (e quindi non più individui da controllare ma solo a ricostruzioni comunicative dell’individualità).

Ecco allora che la pertinenza – e veniamo finalmente a Foucault – ci parla di meccanismi di controllo che puntano a “lasciar emergere il livello in cui l’azione della sovranità è necessaria e sufficiente” per la riproduzione della società stessa (e non delle persone che la abitano). Un’azione della sovranità, dunque, sempre, e sempre più, svincolata dalle vite, semplicemente pertinente alle logiche del sociale.

questo livello di pertinenza per l’azione di governo non coincide con la totalità effettiva e dettagliata degli individui, ma con la popolazione [come entità astratta], con i suoi fenomeni e i suoi processi. L’idea del panopticon per un verso è moderna ma per un altro è assolutamente arcaica, perché suppone la presenza centrale di un occhio, di uno sguardo, di un principio di sorveglianza che potrà dispiegare la propria sovranità su tutti gli individui situati all’interno di questa macchina di potere. Sotto questo aspetto, si può dire, che il panopticon rappresenta il sogno più antico del sovrano più antico.

Il panopticon, in qualche modo, è ancora riferito alla presenza di corpi, di individualità. Ma Foucault va oltre e supera la sua metafora:

Ciò che comincia a delinearsi, ora, non è l’idea di un potere che prenderebbe la forma di una sorveglianza completa degli individui, costantemente esposti nelle loro azioni allo sguardo del sovrano, ma l’insieme dei meccanismi che renderanno pertinenti per il governo e per coloro che governano dei fenomeni specifici irriducibili alla sfera individuale, per quanto gli individui vi prendano parte e i processi di individualizzazione siano ben definiti (M. Foucault 1977-1978, Sicurezza, territorio, popolazione, Feltrinelli, Milano 2005, p. 58).

In questo quadro, l’autoesposizione volontaria degli individui, secondo le logiche della personalizzazione e della pertinenza, trova corrispondenza nelle logiche di pertinenza del sociale entro il quale si stabiliscono i confini della stessa individualità, i confini entro i quali le esigenze e i desideri degli uomini (o il desiderio della popolazione, come lo chiama Foucault) emergono.

Ora – continua Foucault – il problema di chi governa non è sapere come possa dire “no”, fin dove possa dirlo e con quale legittimità. Il problema è sapere invece come dire “sì” a questo desiderio. Non si tratta, perciò, di limitare la concupiscenza o l’amore proprio nel senso dell’amore di se stessi, ma al contrario di stimolare e favorire questo amore proprio, in modo da fargli produrre quegli effetti benefici che deve assolutamente produrre (idem, p. 64).

Non sembra che Foucault parli del contemporaneo sistema della comunicazione (che comprende anche i blog)?

Il libro va avanti e ci sarebbe molto altro da riportare e da commentare… ma per il momento mi fermo qui, anche perché credo che questo sia il post più lungo e catastrofico che io abbia mai scritto… ma forse non ho toccato ancora il fondo!

10 Responses to “L’etica della pertinenza (e la pertinenza di Michel Foucault)”


  1. 1 Roberta Mag 3, 2007 alle 5:22 pm

    mhmhm…
    sto pensando

  2. 2 *lapilli* Mag 4, 2007 alle 8:47 am

    cara Giulia,
    grazie per la citazione. Il tuo post è interessantissimo e merita un commento articolato. Mi riservo una risposta adeguata durante il fine settimana.
    🙂
    ps. catastrofico?! Anzi, uno dei più stimolanti.

  3. 3 *lapilli* Mag 4, 2007 alle 8:51 am

    ps. Al volo. Mi porto in treno “La volontà di sapere” -Storia della sessualità, vol I-.

    Anche lì, se non ricordo male, ci sono alcune riflessioni che sembrano applicabili ai blog…ovviamente con un taglio diverso.

  4. 4 giulia Mag 4, 2007 alle 10:38 am

    Bene… aspetto anche un post di commento critico sul blog di FG.

  5. 5 FG Mag 5, 2007 alle 11:43 am

    Il criterio della pertinenza non può essere disgiunto da quello di lunga coda. Non è tanto la qualità quanto la quantità il problema. In un mondo di scelte tendenti verso l’infinito ogni criterio di qualità imposto dall’alto è destinato ad essere inefficace dunque la pertinenza (o la navigazione sociale dei contenuti) è l’unica strada percorribile.

  6. 6 giulia Mag 5, 2007 alle 7:15 pm

    si, sono d’accordo. per questo penso che il criterio di pertinenza, utilizzato dal sistema economico in termini quantitativi (quante opzioni su determinati contenuti) e applicato al marketing proprio attravesro lo sfruttamento del principio della coda lunga (come google e yahoo, no?) possa essere un potente strumento di controllo sugli individui. un sistema di controllo “adatto” alla contemporaneità.

  7. 7 giulia Mag 7, 2007 alle 10:10 am

    Segnalo due commenti a questo post: uno di Fabio e uno di Chiara. Uno critico (quello di Fabio) e l’altro (quello di Chiara), su una simile linea di pensiero.Bene… se non altro i blog ci portano a un proficuo confronto, ma anche alla lettura e rilettura di libri importanti… e questo mi piace!

  8. 8 Mario Pireddu Mag 8, 2007 alle 2:55 pm

    Dopo aver letto (criticamente, lo ammetto) questo post, che ho trovato comunque davvero stimolante, ho letto anche quello di Fabio, e ho risposto lì:

    http://larica-virtual.soc.uniurb.it/nextmedia/2007/05/05/sullindifferenza-della-differenza/#comment-23362

    Mario

  9. 9 giulia Mag 8, 2007 alle 11:16 pm

    Ti ho riposto anch’io qui.Grazie a Fabio per averci “prestato” il suo blog.


  1. 1 Lapilli, dove sei? « i confini della comunicazione Trackback su giugno 16, 2007 alle 4:33 pm

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