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TRISTEZZA E VERGOGNA

Da tempo temo per il nostro futuro,
e da tempo mi vergogno, con tanta amarezza, di essere italiana.
Oggi ancor di più.
Oggi inorridisco, mi vergogno, chiedo scusa a chi a creduto in noi.

 

le cose della vita

pareto.jpg (Vilfredo Pareto, 25 luglio 1848 – 19 agosto 1921)

Che cosa sono le cose della vita?
È difficile a dirsi… possiamo banalmente pensare a quelle cose comuni, le cose della quotidianità, come abitare, amare, provare dolore, avere conflitti, essere felici, sentirsi soli, demotivati, entusiasti, annoiati, ecc. Sono cose che hanno a che fare con il mondo della comunicazione nel quale ci muoviamo – e cosa non ne ha a che fare? – ma che, soprattutto, rimandano alle singolarità individuali. Cose che hanno a che fare con i destini personali, con i risvolti dell’intimità, le specificità del carattere di ciascuno di noi, gli umori, le storie di ogni giorno: in una parola, la vita.
Sono dunque le cose attraverso le quali viene ri-negoziato il rapporto fra individuo e società.
Sono quelle cose che, in qualche modo, rischiano di non rientrare esattamente nei confini della comunicazione sociale e che, per questo, anche se piccole, o proprio perché molto piccole, presentano un forte potenziale sovversivo.
Ultimamente sono in tanti a sentire il bisogno di ripensare le cose della vita. E sono in tanti a scriverne.
Ne parla Giuliano Piazzi, Il Principe di Casador.
Ne parla Salvatore Veca, Le cose della vita. Congetture, Conversazioni e letture personali.
Ne parla Luis Chiozza (psichiatra), in un libro recensito oggi sul domenicale de Il Sole 24 Ore, Le cose della vita. Composizioni su quello che ci importa.
E ne parlano molti altri, che pure non citano questa espressione all’interno delle loro opere. 
E, di questi tempi, non credo che sia un caso… D’altra parte la semantica è rivelatrice di ciò che, in certo momento, rapresenta un ambito problematico.

Effetti perversi del giorno della memoria

carro_olocausto.jpg

Al Carnevale di Rio, un carro per rappresentare l’Olocausto.
Naturalmente è polemica. Le comunità ebraiche hanno definito l’iniziativa “abominevole”.

E intanto, mentre esplode il carnevale, altri “invisibili”, esclusi dai confini della comunicazione, continuano a morire nelle favelas, nella guerra civile fra favelados e poliziotti.

Le donne non possono più stendere i panni sui tetti delle loro case. Il tetto è il luogo da cui i trafficanti si mandano segnali e appostano i lori cecchini, e i militari – poliziotti ed esercito – che circondano il Complesso [Compleso de Alemāo, una delle 500 favelas che circondano Rio] da 9 mesi sparano a vista su tutto ciò che si muove.

Il 2007 è stato l’anno più nero per i diritti umani a Rio: 1260 vittime e, secondo gli addetti ai lavori, è una cifra approssimata per difetto. Spesso le ondate di violenza precedono gli eventi che accendono i riflettori sulla città, come è successo il 27 giugno, poco prima dell’inizio dei Giochi Panamericani: 1350 uomini fra esercito, corpi speciali e polizia entrarono nel Compleso de Alemāo in uno scenario degno di un rastrellamento israeliano nei territori (da allora la favelas è chiamata la “Striscia di Gaza carioca”): case e persone perquisite, interrogate e pestate in mezzo alla strada, decine di feriti da arma da fuoco, 19 morti, tutti spogliati prima di giungere all’istituto medico legale perché la polvere da sparo sui vestiti non potesse provare che lo sparo era stato a bruciapelo. (Da Il manifesto, 31/01/2008, p. 8 )

E la storia continua…
O meglio, le storie, perché gli invisibili sono tanti, e anche in casa nostra esistono gli esclusi dai confini della comunicazione.
Non si tratta di abitanti delle favelas, non esattamente. Nemmeno si tratta prigionieri nei lager e, ancora, non sono profughi accolti nei campi; ma le loro condizioni di vita ricordano tanto le esperienze di reclusione di massa forzata. Si tratta degli immigrati che lavorano nelle campagne del Sud, senza acqua né riscaldamento, accampati in baracche fatiscenti, con problemi di salute e senza contratto. Di questo, per fortuna, parla il nuovo rapporto di Medici senza frontiere, giustamente intitolato “Una stagione all’inferno“.

Una stagione all’inferno è quella che vivono regolarmente migliaia di immigrati nel nostro paese.
I risultati dell’inchiesta sono allarmanti: gli stranieri si ammalano a causa delle durissime condizioni di vita e lavoro cui sono costretti. Già nel 2004 MSF aveva visitato le campagne del Sud Italia per portare assistenza sanitaria agli stranieri impiegati come stagionali e per indagare questa scomoda realtà.

E le storie continuano …

l’università non evolve. E non solo l’università

Questo blog rimane spesso, troppo a lungo, in silenzio, nonostante i miei buoni propositi. Eppure, fra una moratoria sull’aborto e un governo che cade, le occasioni e gli argomenti per scrivere non mancherebbero… Per il momento ancora un post sull’Università.

Segnalo un articolo uscito ieri sul domenicale de il Sole24Ore: “L’università non evolve” di Gilberto Corbellini – recensione del testo di Andrea Bonaccorsi e Cinzia Dato, Universities and Strategic Knowledge Creation, che prende in esame i sistemi accademici di 6 paesi europei. Le idee messe in campo per criticare il sistema accademico italiano sono semplici e chiare:

1. Le politiche di governo, in materia di riforma universitaria, non si basano su studi empirici significativi al fine di orientare le decisioni, ma semplicemente sulla base di valutazioni politico-ideologiche. Più esplicitamente: “dipende da chi viene chiamato come consulente del ministro di turno”.

2. A differenza di altri stati, le università italiane continuano a rimanere strettamente dipendenti dai finanziamenti pubblici, mentre i contributi di privati sono fra i più bassi in Europa.
Questa, io credo, è una questione molto delicata. I finanziamenti pubblici, si sa, dovrebbero essere una garanzia di libertà della ricerca: invece, stando al panorama italiano, si sono trasformati nel suo contrario. La ricerca è bloccata e le sue tracce sono segnate dai professori-baroni che, quando non impediscono agli allievi di studiare e pubblicare (perché li impegnano in altre attività di vario genere), utilizzano la stessa teoria come strumento di potere e misura della fedeltà del discente-discepolo.

3. I governi non sono stati in grado di incentivare in alcun modo i finanziamenti privati alle università, penalizzando il tanto auspicato collegamento fra formazione e mondo del lavoro.

4. Il tentativo di armonizzare i sistemi di istruzione superiore in Europa ha significato, per l’Italia, esclusivamente un totale declassamento del titolo di laurea, senza portare nessun significativo vantaggio (vedi punto 3).

5. Le università meno produttive (e dunque le più mediocri) risultano essere quelle con la più alta percentuale di professori ordinari.

Conclusione:

la mancanza di competizioni e pressioni selettive, insieme al corporativismo della classe docente e alla mancanza di governanti capaci e responsabili, non ha consentito alle università italiane di differenziarsi, modulando adeguatamente i parametri funzionali e le risorse, come è accaduto in tutti i paesi con un’economia basata sulla conoscenza, in università orientate alla ricerca e università volte all’insegnamento.

ma si sa che cosa non funziona, cosa no e perché. Basterebbe trarne le logiche conseguenze.

L’analisi è interessante. Putroppo la sensazione è che questo malessere non riguardi solo il mondo accademico, ma tanti aspetti di un paese sempre più devastato dall’ignoranza e dalla corruzione.

Io me ne sono andata dall’università ma, al momento, non ho intenzione di emigrare. Credo che sia venuto il momento di scrollarsi di dosso il senso di impotenza e iniziare ad agire concretamente… ma come?
Militando in qualche partito ? uhm…
Con il blog? vane speranze…

si accettano suggerimenti, non troppo sovversivi ;-)

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