Archivio per la categoria 'post-umano'

Un mondo di donne

Da UAAR:

ermafrodito.jpg Scienziati inglesi dell’università di Newcastle Upon Tyne, avrebbero trovato un modo per trasformare le cellule staminali del midollo osseo femminile in spermatozoi. Alla coperta dedica spazio il settimanale britannico New Scientist. Il professor Karim Nayernia, che guida l’equipe, sarebbe pronto a iniziare gli esperimenti entro i prossimi mesi, a patto, ovviamente, di avere le necessarie autorizzazioni, e si dice certo di potere produrre le prime cellule spermatiche femminili entro due anni.

Una sorta di «primo stadio» dello sperma da cellule midollari sarebbe già stato prodotto bombardando le staminali del midollo osseo di topi con vitamine e altri composti chimici. Secondo gli scienziati la scoperta potrebbe rappresentare una tappa fondamentale nella lotta contro l’infertilità. C’è solo un piccolo particolare che va tenuto presente: i bambini nati in questo modo potrebbero essere esclusivamente di sesso femminile, perché nella riproduzione non entrerebbe in gioco il cromosoma Y, che è patrimonio esclusivo dei maschi.

Questo è quanto raccontano i media, pronti a dipingere un mondo di donne… ermafrodite! :-(

Feti 3D nell’immaginario mediale

Ringrazio fabiof che nel commento al mio precedente post ha ricordato come l’immagine del feto 3D sia da tempo presente nell’immaginario mediale. Il primo esempio universalmente famoso è 2001. Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, del 1968.
Fabio, a partire da questo esempio, commenta il lavoro di Kubrick e ci parla di come il registra tratti la perdita di controllo sulla nostra esistenza (per aspetti diversi, in tutti i suoi film). Una perdita di controllo che sopraggiunge proprio nel momento in cui vogliamo ampliare le nostre facoltà (facoltà sensoriali – le eco 3D ne sono un esempio -, cognitive, comunicative…) e dunque le nostre possibilità di agire sul mondo (tutto questo mi ricorda un po’ i discorsi sul post-umano).

Nel caso dei feti 3D e della loro esposizione mediale, si tratta di una perdita di controllo che, a mio parere, si verifica per due motivi:

- perché iniziamo ad osservare solo dall’esterno ciò che dovremmo continuare a sentire anche dentro di noi (deleghiamo il sentire alle macchine, ai medici e, così facendo, ottundiamo in qualche modo il sapere del corpo);
- perché le immagini che noi produciamo si rendono subito autonome, non ci appartengono più e diventano in varie forme patrimonio della comunicazione sociale: dei sistemi medico e economico in primo luogo, ma anche del sistema dei media. Di esempi ne abbiamo già parecchi. Oltre a Kubrick, Fabio ricorda il video prodotto esattamente 30 anni dopo dai Massive Attack (in Mezzanine).


Proprio questo video ha ispirato lo spot dell’Acqua Ferrarelle uscito il 20 maggio di quest’anno (9 anni dopo). Dalla trasparenza alla perdita di controllo dell’individuo sulla sua stessa vita; o meglio: dall’incremento del controllo sociale alla riproduzione della società e dei suoi sistemi di funzione: sempre lo stesso percorso circolare.

Le infinite strade della contingenza – cancellare le mestruazioni

Parlavo, nei due precedenti post, di post-umano e delle donne, come soggetti che,

anche nel sapere comune, sembrano essere più vicine all’ambito della Natura di quanto non lo siano gli uomini, se non altro per il fatto che il loro corpo pone maggiori vincoli, si fa sentire più spesso, ricorda la propria esistenza.

Tutto questo fa sorridere se pensiamo che in alcuni centri di ricerca statunitensi si sta progettando una pillola per eliminare completamente il ciclo mestruale. Se ne parla oggi su La Repubblica delle Donne e si fa riferimento agli studi condotti dalla ginecologa Lesile Miller dell’Università di Washington, divulgati in questo sito. Non è una novità: è semplicemente la derivazione della pillola anticoncezionale che, però, evita persino la scocciatura delle cosiddette finte mestruazioni che ogni mese si presentano.
Eppure queste finte mestruazioni, nella progettazione della pillola anticoncezionale, erano state volutamente mantenute… “all’inizio si pensava che le donne avrebbero accettato più serenamente la pillola se avessero avuto una sorta di flusso” – scrive la Miller. Era come voler mantenere una memoria sulla specificità del corpo femminile – una sorta di ancoraggio a una dimensione fisiologica dal fortissimo valore simbolico.

Sul rapporto fra costi e benefici del ciclo naturale oggi molti ginecologi concordano sul fatto che il ciclo rappresenta “una vera altalena ormonale: ha senso soltanto quando si sta cercando di avere un figlio, altrimenti con la vita che facciamo oggi non ha motivo d’esistere”. C’è persino chi parla di obsolescenza delle mestruazioni nella cultura contemporanea.

Ma questo significa anche obsolescenza dei significati simbolici connessi alle mestruazioni, obsolescenza di un sapere che affonda in radicati arcaismi, solidi tabù e interessanti quanto strane prospettive (come quella che la donna mestruata sia in contatto con energie soprannaturali, ecc.): un sapere che, nel bene o nel male, “nella vita di oggi” non ha più senso di esistere. Un sapere che non serve più o è addiritrtura scomodo.

Eppure è stato, per lo meno fino a poco tempo fa, pregnante, al punto da far sì che la progettazione della pillola anticoncezionale tenesse conto dell’importanza dell’evento delle mestruazioni per la donna e i suoi processi di costruzione dell’identità. Ora la sensazione è che ci si possa finalmente emancipare da questo retaggio. E così anche le finte mestruazioni vengono tranquillamente liquidate: “oggi – dice la Miller – se non si vogliono avere bambini non c’è più alcun motivo di avere una menorrea”.

È come dire che oggi si è pronti a dimenticare una volta per tutte le potenzialità di cui il corpo femminile dispone. Le mestruazioni, in fondo, non sono altro che un promemoria della fertilità. Cancellarle significa rinunciare a una specificità di genere. Significa, sicuramente, considerarle un tabù (e quindi abbracciare gli stessi pregiudizi contro i quali il pensiero femminista si è a lungo battuto).
Ma, soprattutto, significa rimuovere le potenzialità del corpo che non si possono/vogliono attivare, ma che, comunque, continuano ad esistere e a specificare l’identità della donna.

La Chiesa e la donna – ancora Natura

Nella messa del venerdì santo a San Pietro, il predicatore di casa pontificia, padre Raniero Cantalamessa, dedica l’omelia alle madri coraggio, coloro che “hanno sfidato il pericolo che c’era nel mostrarsi così apertamente a favore di un condannato a morte”. L’omelia recita parole azzardate se pensiamo alla storia della Chiesa che nel suo passato non ha risparmiato di certo le donne da pesanti violenze; parole che potrebbero sembrare addirittura dissonanti con il contesto, se si considera che il pubblico è tutto maschile (è formato infatti dai vertici della Chiesa e della Curia romana – Papa Ratzinger in prima fila):

Dopo tante ere che hanno preso il nome dell’uomo, homo erectus, homo faber, homo sapiens sapiens, cioè sapientissimo di oggi, c’è da augurarsi che si apra finalmente, per l’umanità, un’era della donna: un’era del cuore, della compassione, e questa terra cessi finalmente di essere l’aiuola che ci fa tanto feroci.

Che cosa c’è dietro tanta benevolenza nei confronti della donna (benevolenza, fra l’altro non senza riserve e paletti – donne sì, ma non le femministe che hanno ridotto la loro femminilità a un “prodotto della cultura”)?

Innanzitutto la possibilità di fare ancora riferimento alla categoria della Natura che la Chiesa sta utilizzando in maniera sempre più raffinata. E le donne, anche nel sapere comune, sembrano essere più vicine all’ambito della Natura di quanto non lo siano gli uomini, se non altro per il fatto che il loro corpo pone maggiori vincoli, si fa sentire più spesso, ricorda la propria esistenza. Non a caso Edgar Morin parlava delle donne come uno degli elementi barbari della società: barbari, cioè meno colonizzabili, meno bonificabili. Quindi donne come soggetti più vicini alla Natura. E la natura è un tema tanto di moda oggi, in una società che costruisce la propria identità a partire non dalle persone ma dall’informazione e si orienta alla semantica del post-umano.

Poi è bene sottolineare che la questione della donna, delle pari opportunità, della maternità e delle sue difficoltà (sia biologiche che sociali, dal tema dell’infertilità alle questioni economiche e lavorative, ecc.) non è mai stata così alla ribalta nei media. E la Chiesa non può di certo perdere l’occasione di entrare in un simile dibattito, fra la’latro tanto funzionale alla riproduzione delle proprie operazioni comunicative e ai propri meccanisi di senso.

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