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Il paradosso della vita e della morte

vita_e_morte_gustav_klimt Mi ero ripromessa di non scrivere nulla di Eluana, per non incrementare l’universo delle comunicazioni spesso inutili sul suo stato.
Però mi capita spesso di pensare a suo padre e di come – immagino – avrebbe preferito mantenere nel silenzio il suo dolore.
Eppure lo ha reso pubblico e, in quanto tale, lo ha reso soggetto a stravolgimenti e strumentalizzazioni. Lo ha fatto, e credo sia stata una scelta ragionata e difficile, in nome dei diritti all’autodeterminazione e alla dignità – diritti di sua figlia e di tutti noi. E non possiamo che essergli grati per questo.

E così, se la “vita” di Eluana ha avuto un senso in questi lunghissimi anni, è stato proprio quello di spingerci a riflettere, tramite le garbate ma incisive azioni di Beppino Englaro, sulla costruzione sociale, politica, economica, medica, mediale ecc. del corpo e sulla violenza alla quale è costantemente esposto.

Ne parlavo a proposito di Terry Schiavo, finita, a sua insaputa e sicuramente suo malgrado, persino sui libri di sociologia. Ne riparlo ora. Perché la questione è importante e ha a che fare con la capacità della società di svincolare radicalmente la vita dal corpo.

Oggi più che mai, mentre in parlamento si consuma un’ignobile e ingiustificata operazione antidemocratica, mi sento di ribadirlo.

Non si tratta solo di Eluana, quanto del fatto, paradossale, che la vita e la morte, anziché poggiarsi sul dominio dell’umano, si collocano sempre più su di una dimensione sociale.
Il paradosso è quello dell’esistenza di corpi-vivi socialmente morti e di corpi-morti impossibilitati a esercitare il loro diritto di uscire da una vita socialmente alimentata.

I primi sono le vittime di una morte sociale, dimenticati, oscurati dall’indifferenza, resi innocui perché annientati nell’invisibilità. Sono i corpi dei profughi, di chi assiste a guerre delle quali noi, dopo qualche scoppio mediale, dimentichiamo l’esistenza, dei lavoratori che si logorano nel terrore della chiusura di una fabbrica o di un’imminente cassa integrazione; i corpi delle donne che, spesso silenziosamente, subiscono inauditi soprusi. Sono corpi dalla vita pulsante, eppure sono vittime invisibili, sopravvissute, per usare le parole di Slavoy Žižek, alla propria morte (sociale).

E poi ci sono corpi-morti. Corpi che non vogliono vivere, né potrebbero farlo senza l’accanito ausilio di macchinari, corpi spogliati della loro vitalità che è un qualcosa in più rispetto a un insieme di meccanismi neuro-vegetativi o di impulsi elettrici. Corpi-morti che la società mantiene in vita nella comunicazione, rendendoli strumentalmente visibili e soggetti a continue speculazioni finalizzate a rafforzare le convinzioni religiose, a confermare l’assoluta efficacia della medicina, a dare spazio alla violenza della politica e dell’economia.

Vita e morte, dunque, come terreno di contesa per la riproduzione della società, delle sue relazioni, dei suoi meccanismi di potere, dell’universo comunicativo che quotidianamente ne alimenta l’esistenza.
Ma la storia non è nuova

La preoccupazione tuttavia cresce di fronte a frasi quali “Eluana potrebbe ancora avere figli…”. Frasi nemmeno degne di essere prese in considerazione se non per il fatto che, forse, purtroppo, riflettono il pensiero di molti. Frasi che, oltre a offendere la triste storia di Eluana, il suo corpo, la vita che avrebbe potuto avere, offendono ancora una volta il corpo della donna e con esso le origini della vita stessa.
Come se un corpo che non procrea, per volontà o per qualsiasi altro motivo, fosse un po’ meno degno di vivere.
Come se la procreazione fosse un mero processo meccanico che necessita di uno strumento funzionante – la donna appunto – e, una volta avvenuta, di un contenitore idoneo – sempre la donna – alla conservazione di un frutto pronto a riprodurre una nuova vita sociale. Donna svilita a strumento-contenitore, feto ridotto a nuova occasione di ripoduzione del sociale … Corpo-non fertile come corpo meno vivo … Corpo-funzionante come corpo-funzionale alla rirpoduzione di meccanismi altri, completamente svincolati dalla dimensione umana …

È questa la definizione di vita che si sta via via delineando. E io credo che, anche attraverso la storia Eluana, ciascuno di noi debba riflettere su quale modello di corpo-vita intende riconoscersi.

nato di donna

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“… Anche lui, curiosamente, come tutti era nato da un ventre, ma purtroppo non se lo ricorda o non lo sa…” .

Sono le parole di una vecchia canzone di Giorgio Gaber. Una canzone insolita. Una canzone che osa sfidare la contingenza. Una bella canzone.

Sono parole che ora ricordo perché ancora una volta, ancora oggi, si calpestano diritti fondamentali della donna, primo di tutti quello all’autodeterminazione.

È da molto che si parla del corpo delle donne in relazione alla maternità (dalla 190 sulla procreazione assistita, alla messa in discussione della 194 sull’aborto, fino all’aberrante documento sulla rianimazione dei feti nati prematuri, elaborato dai medici delle università romane).
E io, di fronte a questioni che sento tanto vicine, e pur provando un profondo senso di rabbia, mi sono astenuta dal commentare. Per due motivi.

- Chi è favorevole al diritto all’aborto deve sempre in qualche modo giustificare la sua posizione dichiarando che, ovviamente, non è un abortista nemico della vita, sottolineando che, ovviamente, sarebbe auspicabile ridurre al minimo le interuzioni volontarie di gravidanza. Si tratta di precisazioni ovvie, ma ancora indispensabili in un panorama tanto distante dalla laicità e ancora carico di retaggi moralistici. Sono precisazioni che non mi piace fare, perché significa mettersi inevitabilmente sulla difensiva, solo per il fatto di voler sostenere una posizione che si ritiene corretta.

- Il secondo motivo per cui mi sono astenuta dal commentare riguarda la definizione del principio di autodeterminazione.
Parlare di autodeterminazione non è semplice. Non per me.
L’autodeterminazione è un principio legato anche alla contingenza. Ma la contingenza è un principio del sociale, e non del corpo. Molte volte, su questo blog, mi sono espressa criticamente nei confronti delle tecnologie per la contingenza legate al corpo delle donne (ad esempio qui).
Autodeterminazione significa dunque difendere il corpo della donna da ingerenze esterne (società in generale, immaginario mediale, legami familiari, ruoli sociali ecc.), per mezzo di uno strumento che fa riferimento alle pratiche del sociale: la contingenza appunto (ora declinata attraverso le forme della medicalizzazione o per mezzo dei racconti mediali). Per questo motivo, se parliamo di autodeterminazione – e secondo me dobbiamo ancora farlo – vale la pena comprendere appieno la portata di questo principio. Mi piacerebbe ragionare in tal senso.

E ora cerco di formalizzare la mia opinione in merito alle questioni etiche legate alla gravidanza e alla maternità.
Io credo che l’embrione (anche senza sistema nervoso), sia, di fatto, una vita. A pieno titolo? Non a pieno titolo? Non saprei e non credo sia importante. Perché, prima di tutto, l’embrione è ciò che la madre sente dentro di se’.
L’embrione potrebbe diventare una vita-compiuta. Ma perché questo avvenga, è necessario che una donna, la cui volontà rappresenta un orizzonte primario e centrale, consenta questo processo.
L’embrione, o il feto, è l’unico caso di vita che dipende non tanto dal supporto altrui, ma dall’esistenza di una specifica persona: la madre. L’embrione e il feto non esistono senza la madre. E questo, secondo me, dovrebbe bastare a dire che la madre viene prima dell’embrione. La madre viene prima del feto. La madre viene prima del bambino di 23 settimane sopravvissuto al parto prematuro.

Una donna incinta viene forse condannata dalla legge se si ubriaca o se prende farmaci pericolosi per il feto? E se tenta il suicidio? Non mi risulta.
In un’ottica di autodeterminazione della donna e del suo corpo, io credo che si debba combattere per considerare l’embrione e il feto, al di là della loro vita, una componente intrinseca del corpo della donna, interamente legata alle scelte di vita della donna.

Solo così una donna incinta tornerà ad essere una donna incinta, e non un contenitore di una vita altra che appartiene, fin dai suoi albori, a un sistema medico, a una famiglia, al sistema religioso (ricordate i funerali per i feti?), al sistema sociale nel suo complesso. 
Questa, mi pare, potrebbe essere una buona strada non solo per difendere il diritto all’autodeteminazione (e dunque anche all’aborto), ma per promuovere una maggiore consapevolezza sulla gravidanza e sulla maternità.

Quanto all’accostamento fra aborto e pena di morte, mi sembra assolutamente ignobile e offensivo: sia nei confronti della donna, sia nei confronti delle importanti battaglie contro la pena di morte. L’aborto non è un omicidio: l’aborto è la scelta, credo sempre estremamente drammatica, di non portare il proprio corpo a vivere l’esperienza della gravidanza e della maternità. Per ragioni comunque insindacabili.

Un mondo di donne

Da UAAR:

ermafrodito.jpg Scienziati inglesi dell’università di Newcastle Upon Tyne, avrebbero trovato un modo per trasformare le cellule staminali del midollo osseo femminile in spermatozoi. Alla coperta dedica spazio il settimanale britannico New Scientist. Il professor Karim Nayernia, che guida l’equipe, sarebbe pronto a iniziare gli esperimenti entro i prossimi mesi, a patto, ovviamente, di avere le necessarie autorizzazioni, e si dice certo di potere produrre le prime cellule spermatiche femminili entro due anni.

Una sorta di «primo stadio» dello sperma da cellule midollari sarebbe già stato prodotto bombardando le staminali del midollo osseo di topi con vitamine e altri composti chimici. Secondo gli scienziati la scoperta potrebbe rappresentare una tappa fondamentale nella lotta contro l’infertilità. C’è solo un piccolo particolare che va tenuto presente: i bambini nati in questo modo potrebbero essere esclusivamente di sesso femminile, perché nella riproduzione non entrerebbe in gioco il cromosoma Y, che è patrimonio esclusivo dei maschi.

Questo è quanto raccontano i media, pronti a dipingere un mondo di donne… ermafrodite! :-(

La dimensione etica della tecnologia – da Murcia

Come avevo preannunciato nell’abstract del mio intervento, la relazione che ho tenuto alla settima conferenza internazionale dell’associazione internazionale di sociocibernetica, trattava della dimensione etica della tecnologia come ambito che:
- sorge dal rapporto dialettico fra individui e società,
- e rappresenta esso stesso un artefatto tecnologico, di secondo ordine.

Ecco la mia presentazione:

L’obiettivo del mio intervento è stato quello di mettere in evidenza come costrutti comunicativi che svolgono una funzione operativa (o che, semplicemente, forniscono regole per i comportamenti), come quella dell’etica, possano essere considerati il risultato del rapporto, spesso conflittuale, fra individuo e società. D’altra parte, una volta accettati e formalizzati, questi costrutti comunicativi diventano nuove occasioni per la costruzione sociale della vita e, di nuovo, terreno di contesa dialettica fra individuo e società.
A supporto di questa tesi ho utilizzato l’esempio delle tecnologie per il prolungamento della vita.

L’intervento ha suscitato un interessante dibattito.
Da una parte, la questione della bioetica si è confermata un tema particolarmente sensibile: a dimostrazione del fatto che anche ai più luhmanniani (si legga: ai più interessati alla dimensione sociale che a quella individuale) la vita interessa ;-) .
Dall’altra, sono state avanzate obiezioni alla mia proposta di ampliare, rivedere o ripensare la definizione luhmanniana di tecnologia. In sintesi l’obiezione era questa: possiamo pure estendere i confini della tecnica, ma dobbiamo comunque tracciarne di nuovi per poterla definire. Quali?

L’idea che la definizione di tecnologia fornita da Niklas Luhmann non sia soddisfacente è condivisa, tuttavia la domanda (quali nuovi confini) è rimasta senza risposta.

In ogni caso l’obiezione mi sembra molto interessante. Ancora più interessante mi sembra l’idea di dedicare a questo tema (la definizione dell’idea di tecnica o tecnologia) un’intera sessione dell’ottava conferenza internazionale di sociocibernetica (che si terrà a città del Messico nel luglio 2008).

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