Archivio per la categoria 'corpo'

Sacre Letture – la paralisi dell’infelicità…

… OVVERO: omaggio agli invisibili.

Appunti da La storia di Elsa Morante.

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Sulla coercizione mentale imposta dal lavoro di fabbrica (argomentazione tutt’oggi valida e applicabile a più ambiti del vivere sociale):

E così, là fissato al proprio automa-demiurgo, fino dal primo giorno Davide si trovò piombato in una solitudine totale, che lo isolava non solo da tutti i viventi dell’esterno, ma anche dai suoi compagni del capannone: i quali tutti – assenti al pari di lui, come sonnambuli nel loro travaglio rapinoso e nel loro incessante gesticolio coatto – subivano tutti la stessa sorte indifferenziata. Era come trovarsi in un reclusiorio dove la regola fissa sia le cella di rigore: e dove, inoltre, a ciascuno dei segregati il minimo necessario per la sopravvivenza sia dato a prezzo di ruotare senza riposo, e al numero estremo dei giri, intorno a un punto di supplizio incomprensibile. Sotto l’assillo di questa ventosa, che svuota dal di dentro, ogni altro interesse viene scansato come una insidia avversaria; o come lusso peccaminoso o disastroso che bisogna poi pagare con la fame.

Finché degli uomini, o anche un solo uomo sulla terra, sia forzato a una simile esistenza, discorrere di libertà, e bellezza, e rivoluzione, è un’impostura.

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La sua volontà morale, insomma, era di andarci; ma le sue gambe NON vollero più andarci. (Era – come lui stesso poi spiegava a Ninnuzzu – la paralisi dell’infelicità. Per qualsiasi azione reale, non importa se faticosa o rischiosa, il mvimento è un fenomeno di natura; ma davanti all’irrealtà contro natura di una infelicità totale, monotona, logorante, ebete, senza nessuna risposta, anche le costellazioni – secondo lui – si fermerebbero…)

Il paradosso della vita e della morte

vita_e_morte_gustav_klimt Mi ero ripromessa di non scrivere nulla di Eluana, per non incrementare l’universo delle comunicazioni spesso inutili sul suo stato.
Però mi capita spesso di pensare a suo padre e di come – immagino – avrebbe preferito mantenere nel silenzio il suo dolore.
Eppure lo ha reso pubblico e, in quanto tale, lo ha reso soggetto a stravolgimenti e strumentalizzazioni. Lo ha fatto, e credo sia stata una scelta ragionata e difficile, in nome dei diritti all’autodeterminazione e alla dignità – diritti di sua figlia e di tutti noi. E non possiamo che essergli grati per questo.

E così, se la “vita” di Eluana ha avuto un senso in questi lunghissimi anni, è stato proprio quello di spingerci a riflettere, tramite le garbate ma incisive azioni di Beppino Englaro, sulla costruzione sociale, politica, economica, medica, mediale ecc. del corpo e sulla violenza alla quale è costantemente esposto.

Ne parlavo a proposito di Terry Schiavo, finita, a sua insaputa e sicuramente suo malgrado, persino sui libri di sociologia. Ne riparlo ora. Perché la questione è importante e ha a che fare con la capacità della società di svincolare radicalmente la vita dal corpo.

Oggi più che mai, mentre in parlamento si consuma un’ignobile e ingiustificata operazione antidemocratica, mi sento di ribadirlo.

Non si tratta solo di Eluana, quanto del fatto, paradossale, che la vita e la morte, anziché poggiarsi sul dominio dell’umano, si collocano sempre più su di una dimensione sociale.
Il paradosso è quello dell’esistenza di corpi-vivi socialmente morti e di corpi-morti impossibilitati a esercitare il loro diritto di uscire da una vita socialmente alimentata.

I primi sono le vittime di una morte sociale, dimenticati, oscurati dall’indifferenza, resi innocui perché annientati nell’invisibilità. Sono i corpi dei profughi, di chi assiste a guerre delle quali noi, dopo qualche scoppio mediale, dimentichiamo l’esistenza, dei lavoratori che si logorano nel terrore della chiusura di una fabbrica o di un’imminente cassa integrazione; i corpi delle donne che, spesso silenziosamente, subiscono inauditi soprusi. Sono corpi dalla vita pulsante, eppure sono vittime invisibili, sopravvissute, per usare le parole di Slavoy Žižek, alla propria morte (sociale).

E poi ci sono corpi-morti. Corpi che non vogliono vivere, né potrebbero farlo senza l’accanito ausilio di macchinari, corpi spogliati della loro vitalità che è un qualcosa in più rispetto a un insieme di meccanismi neuro-vegetativi o di impulsi elettrici. Corpi-morti che la società mantiene in vita nella comunicazione, rendendoli strumentalmente visibili e soggetti a continue speculazioni finalizzate a rafforzare le convinzioni religiose, a confermare l’assoluta efficacia della medicina, a dare spazio alla violenza della politica e dell’economia.

Vita e morte, dunque, come terreno di contesa per la riproduzione della società, delle sue relazioni, dei suoi meccanismi di potere, dell’universo comunicativo che quotidianamente ne alimenta l’esistenza.
Ma la storia non è nuova

La preoccupazione tuttavia cresce di fronte a frasi quali “Eluana potrebbe ancora avere figli…”. Frasi nemmeno degne di essere prese in considerazione se non per il fatto che, forse, purtroppo, riflettono il pensiero di molti. Frasi che, oltre a offendere la triste storia di Eluana, il suo corpo, la vita che avrebbe potuto avere, offendono ancora una volta il corpo della donna e con esso le origini della vita stessa.
Come se un corpo che non procrea, per volontà o per qualsiasi altro motivo, fosse un po’ meno degno di vivere.
Come se la procreazione fosse un mero processo meccanico che necessita di uno strumento funzionante – la donna appunto – e, una volta avvenuta, di un contenitore idoneo – sempre la donna – alla conservazione di un frutto pronto a riprodurre una nuova vita sociale. Donna svilita a strumento-contenitore, feto ridotto a nuova occasione di ripoduzione del sociale … Corpo-non fertile come corpo meno vivo … Corpo-funzionante come corpo-funzionale alla rirpoduzione di meccanismi altri, completamente svincolati dalla dimensione umana …

È questa la definizione di vita che si sta via via delineando. E io credo che, anche attraverso la storia Eluana, ciascuno di noi debba riflettere su quale modello di corpo-vita intende riconoscersi.

uno sguardo tattile per la città

Adoro la bicicletta in campagna, per ragioni tutto sommato banali e che non sto nemmeno a elencare.

Ma ancora di più mi piace percorre in bici le strade della città. E il motivo è al tempo stesso semplice e inafferrabile.

Mi piace guidare fra gli autobus, cercare scorciatoie, cambiare strada e cambiare idea, alzare lo sguardo verso le case e coglierne, in una frazione di secondo, le gradazioni dei colori, i fiori sui balconi o le girandole – si, molti le hanno ancora. Mi piace pedalare sul ciottolato, schivare le auto e imboccare improvvisamente le zone pedonali, senza spazientirmi se chi cammina sta nel mezzo della strada e non sul marciapiede, ma godendomi la nuova forzata lentezza, fino alla prossima scorciatoia…

La bicicletta, per me, è una forma di resistenza.
Una resistenza che non vuol dire sottrazione alle logiche metropolitane, all’ambiente percettivo che la città crea, alle sue forme comunicative. Una resistenza che significa, in questo caso, immersione e, al contempo, presa di coscienza di queste stesse logiche.

Si, perché la bicicletta impone dinamiche percettive che, di fatto, sono contrarie a quelle della città.

1- La bicicletta in città porta con se’ una giusta dose di scomodità dovuta soprattutto all’ambiente esterno – mancanza di ciclabili, smog, ciottolato di cui sopra. E questa scomodità, in fondo, ci ricorda che abbiamo un corpo materiale (e non solo estetico, ad esempio), ci porta a percepire la nostra fisicità. E, di questi tempi, credo non sia una banalità.

2- Come il corpo, anche l’ambiente esterno, vissuto in bicicletta, si fa presente come entità prima di tutto fisica, alla quale prestare costantemente attenzione, al contrario delle dinamiche di distrazione nelle quali la città ci attrae – il pedone o il passeggero dell’autobus vedono tutto e niente, si possono isolare con i loro pensieri, il ciclista no.
Sì, perché la bici in città, oltre ad essere moderatamente scomoda, è anche moderatamente pericolosa (autobus pronti a tagliarti la strada, automobilisti impazienti e pedoni che non sono mai stati ciclisti e mai lo saranno). E così è necessario tenere d’occhio ciò che accade; con uno sguardo profondamente tattile, ovvero pronto a percepire le eventuali conseguenze di una superficiale distrazione, pronto a scatenare una reazione corporea, un cambio di direzione, una brusca frenata, una “giusta mossa”. Uno sguardo legato all’istinto e non al calcolo o alla razionalità, e dunque antagonista nei confronti di quel meccanismo di predominio dell’intelletto che sociologia moderna ha associato alla metropoli.

3- La bicicletta consente di guardare gli altri negli occhi. E anche questa, se ci pensate, è un’eventualità sempre più rara fra sconosciuti. Lo scambio di sguardi anche casuale (poniamo ancora sull’autobus o fra pedoni) si risolve spesso in un reciproco imbarazzo, se non in un irrigidimento o addirittura in un fastidio. Ma in bici no. In bici è lecito, e persino auspicabile come tattica per capire che cosa farà l’altro. Non solo. Il lasso di tempo concesso da un passaggio in bici per guardarsi negli occhi è relativamente breve e, per questo, anche se non motivato, lo sguardo altrui può essere percepito come accidentale e, comunque, non lascia il tempo per porsi domande o per sentire l’imbarazzo che altrimenti ne deriverebbe. E intanto, fra una curva e una buca, lo scambio di sguardi si realizza e – come leggevo ieri qui – “il guadarsi negli occhi è un’esperienza unica perché non si cristallizza in nessuna formazione oggettiva: si crea un’unità, tra le due persone o fra i quattro occhi, che è interamente risolta nell’accadere”. E tutto ciò non è di certo trascurabile o privo di spessore.

Già. Io esco al mattino. Prendo la bici e mi si apre un mondo che talvolta mi sembra fantastico. E vi sembra poco?

adoro la bicicletta…

… l’ho sempre saputo, ma questa mattina ho capito il perché.

Metti insieme una piacevole giornata uggiosa, un caffè preso al bar con la bici aperta di fuori, un articolo letto di prima mattina sul mio giornale, che parla di Simmel e della dimensione sensoriale della città…
e subito le cose si fanno più chiare…

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