… OVVERO: omaggio agli invisibili.
Appunti da La storia di Elsa Morante.

Sulla coercizione mentale imposta dal lavoro di fabbrica (argomentazione tutt’oggi valida e applicabile a più ambiti del vivere sociale):
E così, là fissato al proprio automa-demiurgo, fino dal primo giorno Davide si trovò piombato in una solitudine totale, che lo isolava non solo da tutti i viventi dell’esterno, ma anche dai suoi compagni del capannone: i quali tutti – assenti al pari di lui, come sonnambuli nel loro travaglio rapinoso e nel loro incessante gesticolio coatto – subivano tutti la stessa sorte indifferenziata. Era come trovarsi in un reclusiorio dove la regola fissa sia le cella di rigore: e dove, inoltre, a ciascuno dei segregati il minimo necessario per la sopravvivenza sia dato a prezzo di ruotare senza riposo, e al numero estremo dei giri, intorno a un punto di supplizio incomprensibile. Sotto l’assillo di questa ventosa, che svuota dal di dentro, ogni altro interesse viene scansato come una insidia avversaria; o come lusso peccaminoso o disastroso che bisogna poi pagare con la fame.
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Finché degli uomini, o anche un solo uomo sulla terra, sia forzato a una simile esistenza, discorrere di libertà, e bellezza, e rivoluzione, è un’impostura.

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La sua volontà morale, insomma, era di andarci; ma le sue gambe NON vollero più andarci. (Era – come lui stesso poi spiegava a Ninnuzzu – la paralisi dell’infelicità. Per qualsiasi azione reale, non importa se faticosa o rischiosa, il mvimento è un fenomeno di natura; ma davanti all’irrealtà contro natura di una infelicità totale, monotona, logorante, ebete, senza nessuna risposta, anche le costellazioni – secondo lui – si fermerebbero…)



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