Cerco di seguire abbastanza da vicino le proteste contro il decreto Gelmini. E oggi, fra una ricerca e l’altra mi sono ricordata del mio vecchio Liceo Scientifico A. Manzoni, nel quale mi sono diplomata nel lontanissimo 1992.
Ho ricordi molto belli della mia scuola. Una scuola seria, un po’ vecchio stampo, è vero, sì, … per intendersi… niente capelloni o fricchettoni, media borghesia di provincia…
Però era una scuola laica, assolutamente laica. Questo ricordo del mio insegnante di letteratura italiana e latina e della mia professoressa di filosofia. Una scuola che insegnava veramente a studiare. Una scuola che non aveva paura di educare all’impegno, al silenzio e alla concentrazione della lettura. Eppure, non per questo, non si respirava la voglia di partecipare ai fermenti culturali e sociali del tempo… io la ricordo così.
Oggi ho cercato sul web questo liceo e ho visto con piacere che è presente in rete, con un sito internet molto bene organizzato e decisamente interattivo. Oltre ad offrire una serie di utili informazioni sull’ordinamento scolastico e sull’organizzazione della didattica, raccoglie i forum delle varie classi e i blog personali degli studenti. Non mancano questionari di valutazione pubblici sulla didattica e sugli strumenti di comunicazione di cui la scuola si è dotata.
Non solo. Ho scoperto – con un po’ di sorpresa, lo confesso – che il mio liceo ha organizzato tre giorni di autogestione della didattica, con la collaborazione di alcuni docenti. Visione di film e dibattito, ospiti esterni, ma anche lezioni di chitarra, un documentario sull’integrazione, il laboratorio di pittura, un gioco di ruolo e un corso di hip hop in palestra con due insegnanti arrivate apposta da Mantova. Turni per garantire la sicurezza e turni per le pulizie della scuola e del giardino. Un Ufficio Stampa organizzato.
Già, sembra proprio che questa protesta, sorta dal basso e non necessariamente legata ad un partito politico (se pure fortemente politicizzata), presenti forme di partecipazione inedite e particolarmente creativa.
Si tratta di una protesta strettamente legata alla dimensione del fare – del fare cultura, soprattutto.
Una protesta ricca di contenuti e molto consapevole nel voler marcare una differenza: una differenza nei confronti dell’appiattimento e dell’umiliazione della cultura che il Ministro Gelmini & Co. Stanno promuovendo.
Una protesta che indica intelligenti strategie di riappropriazione degli spazi:
- lo spazio della cultura, trasportata pubblicamente nelle piazze, ma liberata dalla dimensione commerciale alla quale, ad esempio, gli innumerevoli festival ci hanno abituato (letteratura, mente, filosofia, scienza, creatività e cos’altro?). La cultura come entità viva e concreta, come spazio partecipato in divenire.
- lo spazio delle piazze, appunto. Lo spazio pubblico come luogo da riempire con esperienze cariche di una loro specificità.
È bello tutto questo. Mi piace e mi dà speranza.




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