Adoro la bicicletta in campagna, per ragioni tutto sommato banali e che non sto nemmeno a elencare.
Ma ancora di più mi piace percorre in bici le strade della città. E il motivo è al tempo stesso semplice e inafferrabile.
Mi piace guidare fra gli autobus, cercare scorciatoie, cambiare strada e cambiare idea, alzare lo sguardo verso le case e coglierne, in una frazione di secondo, le gradazioni dei colori, i fiori sui balconi o le girandole – si, molti le hanno ancora. Mi piace pedalare sul ciottolato, schivare le auto e imboccare improvvisamente le zone pedonali, senza spazientirmi se chi cammina sta nel mezzo della strada e non sul marciapiede, ma godendomi la nuova forzata lentezza, fino alla prossima scorciatoia…
La bicicletta, per me, è una forma di resistenza.
Una resistenza che non vuol dire sottrazione alle logiche metropolitane, all’ambiente percettivo che la città crea, alle sue forme comunicative. Una resistenza che significa, in questo caso, immersione e, al contempo, presa di coscienza di queste stesse logiche.
Si, perché la bicicletta impone dinamiche percettive che, di fatto, sono contrarie a quelle della città.
1- La bicicletta in città porta con se’ una giusta dose di scomodità dovuta soprattutto all’ambiente esterno – mancanza di ciclabili, smog, ciottolato di cui sopra. E questa scomodità, in fondo, ci ricorda che abbiamo un corpo materiale (e non solo estetico, ad esempio), ci porta a percepire la nostra fisicità. E, di questi tempi, credo non sia una banalità.
2- Come il corpo, anche l’ambiente esterno, vissuto in bicicletta, si fa presente come entità prima di tutto fisica, alla quale prestare costantemente attenzione, al contrario delle dinamiche di distrazione nelle quali la città ci attrae – il pedone o il passeggero dell’autobus vedono tutto e niente, si possono isolare con i loro pensieri, il ciclista no.
Sì, perché la bici in città, oltre ad essere moderatamente scomoda, è anche moderatamente pericolosa (autobus pronti a tagliarti la strada, automobilisti impazienti e pedoni che non sono mai stati ciclisti e mai lo saranno). E così è necessario tenere d’occhio ciò che accade; con uno sguardo profondamente tattile, ovvero pronto a percepire le eventuali conseguenze di una superficiale distrazione, pronto a scatenare una reazione corporea, un cambio di direzione, una brusca frenata, una “giusta mossa”. Uno sguardo legato all’istinto e non al calcolo o alla razionalità, e dunque antagonista nei confronti di quel meccanismo di predominio dell’intelletto che sociologia moderna ha associato alla metropoli.
3- La bicicletta consente di guardare gli altri negli occhi. E anche questa, se ci pensate, è un’eventualità sempre più rara fra sconosciuti. Lo scambio di sguardi anche casuale (poniamo ancora sull’autobus o fra pedoni) si risolve spesso in un reciproco imbarazzo, se non in un irrigidimento o addirittura in un fastidio. Ma in bici no. In bici è lecito, e persino auspicabile come tattica per capire che cosa farà l’altro. Non solo. Il lasso di tempo concesso da un passaggio in bici per guardarsi negli occhi è relativamente breve e, per questo, anche se non motivato, lo sguardo altrui può essere percepito come accidentale e, comunque, non lascia il tempo per porsi domande o per sentire l’imbarazzo che altrimenti ne deriverebbe. E intanto, fra una curva e una buca, lo scambio di sguardi si realizza e – come leggevo ieri qui – “il guadarsi negli occhi è un’esperienza unica perché non si cristallizza in nessuna formazione oggettiva: si crea un’unità, tra le due persone o fra i quattro occhi, che è interamente risolta nell’accadere”. E tutto ciò non è di certo trascurabile o privo di spessore.
Già. Io esco al mattino. Prendo la bici e mi si apre un mondo che talvolta mi sembra fantastico. E vi sembra poco?




Questo post è proprio bello. Mi auguro che si riveli la premessa per il tuo nuovo libro.
Grazie Giorgio, sei molto carino, come sempre. E poi so con certezza che tu capisci il senso profondo delle cose che scrivo. E queso è molto confortante per me.
Quanto al libro… al momento non ci sto pensando, ma in un futuro prossimo chissà!