

![]()
Il 1978 è un anno da ricordare, per molti motivi, alcuni dei quali molto spiacevoli, altri estremamente positivi.
Fra questi ultimi, sicuramente ci sono due leggi fondamentali che hanno permesso di ricostruire il concetto individuo in relazione al profondo legame fra corpo, libertà e dignità.
Da una parte la 194, sull’interruzione volontaria di gravidanza (e non solo). Una legge che riconosce il principio di autodeterminazione delle donne, rispetto alle convenzioni e ai ruoli sociali e nei confronti della possibile ingerenza medico-tecnologica.
Dall’altra la 180, sugli accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori, la Legge Basaglia, per intendersi, legata alla chiusura dei manicomi e alla necessità di abbandonare tecniche violente di contenzione del malato psichiatrico.
La 194 legittima la donna a decidere della propria vita, al di là delle convenzioni sociali che la vogliono uniformata a uno specifico ruolo (quella di madre prima-di-tutto e nonostante tutto). La 180 supera l’idea di follia come eccezione disumana da occultare e annientare, e ne legittima l’esistenza in quanto condizione umana, forma della normalità.
Due leggi, dunque, entrambe ispirate a un principio fondamentale: la cultura della diversità rispetto a costruzioni della normalità da mettere in discussione e scardinare una volta per tutte.
Nel primo caso, la 194, una tutela di una diversità in nome della libertà (o autodeterminazione). Nel secondo caso, la 180, una tutela della diversità in nome di una riconosciuta dignità della persona.
Due leggi sulle quali, proprio in occasione del loro trentennale, vengono gettate alcune ombre. Da una parte l’insensata proposta di una moratoria sull’aborto e tutto il dibattito che ne consegue. Dall’altra la richiesta dell’Associazione italiana per la terapia elettroconvulsivante (Aitec) di aprire in Italia di almeno un servizio di Tec (più comunemente noto come ‘elettroshock’) ogni milione di abitanti (richiesta altrettanto immotivata a giudizio di molti, considerato il basso numero di elettroshock effettuati, fortunatamente, in Italia).
Non sono qui ad alimentare allarmismi e pretestuose polemiche, sostenendo che le due leggi (soprattutto la seconda), sono state messe in discussione. Non è questo il punto. Il punto è che vengono via via messi in discussione i principi che le hanno ispirate. Principi che, a quanto pare, non sembra più necessario o, ancora peggio, non sembra più importante difendere.
Allora mi chiedo: che cosa sta a significare questa recrudescenza di strategie ormai note di bio-politica? E che cos’è che ci ha portato ad abbassare la guardia nei confronti di forme vecchie e nuove di controllo del corpo e dell’individuo?
In un mondo di acquisite quanto superficiali varietà, il sospetto è che sia proprio la diversità, quella radicale che ha a che fare con l’imtima qualità della vita, quella che impone di pensare al corpo in relazione alla sua unicità, ad essere sempre più trascurabile e marginale. Nella società e forse dentro di noi.



oddio ma sono pazzi?? l’elettroshock!?!? Poi cosa tocca? La salasso-terapia con le sanguisughe e la profilassi per la peste con i mascheroni?
PS
il problema della Basaglia è che non è mai stata implementata una vera e propria rete di supporto del malato di mente sul territorio con il risultato che il malato di mente è stato in genere scaricato alle famiglie
Quanto mi trovi d’accordo.
E complimenti per questo post.
Le navi affondano quando sbattono contro la parte sommersa degli iceberg. Purtroppo tante cose sono già state perse, affondate. Pessimi gli anni 90, drammatici questi anni. Prima hanno demolito il linguaggio della politica, poi le identità, i ruoli. Come diceva Nanni Moretti: le parole sono importanti. Per questo vanno dimenticate, confuse e, se possibile, cancellate. E con loro le leggi che ne definiscono un uso proprio.
PS: forse non si capisce ma la seconda parte del commento “Per questo vanno dimennticate…” non è ciò che propongo e desidero ma ciò che è stato fatto. E non solo dalla destra.
@valentina: grazie! sono contanta che il post ti piaccia o ti sia in qualche modo utile.
@fabio: no, no, avevo capito e sono d’accordo. il problema sta proprio lì, secondo me. se questo dibattito sull’etica, fomentato per scopi altri da furbastri che vogliono fare favori ai politici di turno, va preso sul serio, è proprio per recuperare il senso profondo di alcune parole (individuo, corpo, vita, autodeterminazione ecc.) che altrimenti andrebbero dimenticate. anzi, come dici tu, sono già state dimenticate.
già, è proprio così.
ma come si recuperano le parole? attraverso i dibattiti, le battaglie culturali? non lo so. se i temi della comunicazione, importanti o no, pretestuosi o attuali, si reggono proprio sulle ‘parole forti’, per “recuperare il [loro]senso profondo”, potrebbe funzionare smettere di pronunciarle? in generale, è possibile, collettivamente, rispondere alla biopolitica?
bel blog.
Alura? vogliamo scrivere qui