Bisogna salvare la spazzatura dalle estetiche degli artisti e dalle etiche del giornalismo. Rientrano ambedue nelle politiche che dominano il tempo presente. È l’impostura che – nell’immaginazione collettiva locale, nazionale e internazionale – sta trasformando Napoli nella pattumiera del mondo quando invece è il modello di sviluppo occidentale a coprire il mondo di spazzatura.
Segnalo l’articolo di Alberto Abruzzese, Mondospazzatura, su NIM.




La spazzatura è sempre esistita. E’ ciò che abbiamo sempre rimosso quotidianamente. Ora si manifesta come malattia: la spazzatura è il perturbante. Ci rammenta con la sua presenza costante la nostra natura di esseri che allontanano ciò che è indegno, contagioso oppure sconveniente o superfluo. E’ si il modello occidentale ma è anche una nostra caratteristica. Come dice John Scanlan (Spazzatura, donzelli ,2005) questi “spettri” spazzatura sono lì a ricordarci ciò che veramente siamo.
Si, la spazzatura è sempre esistita, è vero.
E nel corso dei secoli si è sempre più rafforzata l’esigenza di occultarla, in nome di quell’ideologia della pulizia di cui parla Foucault, che si è via via costituita parallelamente alle strategie di controllo sociale del corpo. Quindi, sì, in un certo senso la spazzatura è il perturbante che ci ricorda il corpo e i suoi escrementi (penso alla nascita del sistema fognario) così come ci ricorda che il nostro vivere nel mondo non è per nulla neutrale e innocuo (rifiuti inorganici, inquinamento ecc.).
In questo senso penso di poter dire che l’occultamento della spazzatura è una forma di rimozione di ciò che veramente siamo e facciamo nel mondo (e quindi a noi stessi).
Il problema è che, al momento attuale, non siamo più in grado di rimuovere (e qui si dovrebbero chiamare in causa gli psicoanalisti, a spiegare il ritorno del rimosso e le sue non trascurabili consegueze). In questo senso, secondo me, ha ragione Abruzzese: è in parte il modello di sviluppo occidentale a coprire il mondo di spazzatura, perché il modello di sviluppo occidentale non regge più. È arrivato, forse – quasi quasi me lo auguro –, ai suoi limiti estremi. È un modello che inizia ormai a lasciare scoperte diverse falle, dalle quali emergono sacche di disagio individuale e sociale. È così che il modello di sviluppo occidentale, si sta rivoltando contro se stesso e contro i corpi che lo abitano, a ricordare che esistono ancora.
Quando un’attività umana esplicata mediante strumenti supera una certa soglia definita dalla sua scala specifica, dapprima si rivolge contro il proprio scopo, poi minaccia di distruggere l’intero corpo sociale. (Ivan Illich)
Ci avviamo verso un mutamento di struttura (della società)?