“… Anche lui, curiosamente, come tutti era nato da un ventre, ma purtroppo non se lo ricorda o non lo sa…” .
Sono le parole di una vecchia canzone di Giorgio Gaber. Una canzone insolita. Una canzone che osa sfidare la contingenza. Una bella canzone.
Sono parole che ora ricordo perché ancora una volta, ancora oggi, si calpestano diritti fondamentali della donna, primo di tutti quello all’autodeterminazione.
È da molto che si parla del corpo delle donne in relazione alla maternità (dalla 190 sulla procreazione assistita, alla messa in discussione della 194 sull’aborto, fino all’aberrante documento sulla rianimazione dei feti nati prematuri, elaborato dai medici delle università romane).
E io, di fronte a questioni che sento tanto vicine, e pur provando un profondo senso di rabbia, mi sono astenuta dal commentare. Per due motivi.
- Chi è favorevole al diritto all’aborto deve sempre in qualche modo giustificare la sua posizione dichiarando che, ovviamente, non è un abortista nemico della vita, sottolineando che, ovviamente, sarebbe auspicabile ridurre al minimo le interuzioni volontarie di gravidanza. Si tratta di precisazioni ovvie, ma ancora indispensabili in un panorama tanto distante dalla laicità e ancora carico di retaggi moralistici. Sono precisazioni che non mi piace fare, perché significa mettersi inevitabilmente sulla difensiva, solo per il fatto di voler sostenere una posizione che si ritiene corretta.
- Il secondo motivo per cui mi sono astenuta dal commentare riguarda la definizione del principio di autodeterminazione.
Parlare di autodeterminazione non è semplice. Non per me.
L’autodeterminazione è un principio legato anche alla contingenza. Ma la contingenza è un principio del sociale, e non del corpo. Molte volte, su questo blog, mi sono espressa criticamente nei confronti delle tecnologie per la contingenza legate al corpo delle donne (ad esempio qui).
Autodeterminazione significa dunque difendere il corpo della donna da ingerenze esterne (società in generale, immaginario mediale, legami familiari, ruoli sociali ecc.), per mezzo di uno strumento che fa riferimento alle pratiche del sociale: la contingenza appunto (ora declinata attraverso le forme della medicalizzazione o per mezzo dei racconti mediali). Per questo motivo, se parliamo di autodeterminazione – e secondo me dobbiamo ancora farlo – vale la pena comprendere appieno la portata di questo principio. Mi piacerebbe ragionare in tal senso.
E ora cerco di formalizzare la mia opinione in merito alle questioni etiche legate alla gravidanza e alla maternità.
Io credo che l’embrione (anche senza sistema nervoso), sia, di fatto, una vita. A pieno titolo? Non a pieno titolo? Non saprei e non credo sia importante. Perché, prima di tutto, l’embrione è ciò che la madre sente dentro di se’.
L’embrione potrebbe diventare una vita-compiuta. Ma perché questo avvenga, è necessario che una donna, la cui volontà rappresenta un orizzonte primario e centrale, consenta questo processo.
L’embrione, o il feto, è l’unico caso di vita che dipende non tanto dal supporto altrui, ma dall’esistenza di una specifica persona: la madre. L’embrione e il feto non esistono senza la madre. E questo, secondo me, dovrebbe bastare a dire che la madre viene prima dell’embrione. La madre viene prima del feto. La madre viene prima del bambino di 23 settimane sopravvissuto al parto prematuro.
Una donna incinta viene forse condannata dalla legge se si ubriaca o se prende farmaci pericolosi per il feto? E se tenta il suicidio? Non mi risulta.
In un’ottica di autodeterminazione della donna e del suo corpo, io credo che si debba combattere per considerare l’embrione e il feto, al di là della loro vita, una componente intrinseca del corpo della donna, interamente legata alle scelte di vita della donna.
Solo così una donna incinta tornerà ad essere una donna incinta, e non un contenitore di una vita altra che appartiene, fin dai suoi albori, a un sistema medico, a una famiglia, al sistema religioso (ricordate i funerali per i feti?), al sistema sociale nel suo complesso.
Questa, mi pare, potrebbe essere una buona strada non solo per difendere il diritto all’autodeteminazione (e dunque anche all’aborto), ma per promuovere una maggiore consapevolezza sulla gravidanza e sulla maternità.
Quanto all’accostamento fra aborto e pena di morte, mi sembra assolutamente ignobile e offensivo: sia nei confronti della donna, sia nei confronti delle importanti battaglie contro la pena di morte. L’aborto non è un omicidio: l’aborto è la scelta, credo sempre estremamente drammatica, di non portare il proprio corpo a vivere l’esperienza della gravidanza e della maternità. Per ragioni comunque insindacabili.




sono sostanzialmente d’accordo con te,
credo tuttavia che in qualche modo anche la tendenza a vedere sto benedetto feto come un alieno scisso o cmq scindibile dalla madre abbia a che vedere con il principio di autodeterminazione, è come se ad un certo punto un “pezzo” di società avesse assimilato nel proprio immaginario l’idea che, se solo potesse decidere, il feto vorrebbe vivere libero e autonomo, o qualcosa del genere, ed è solo perché non è ancora in grado di esprimersi o di difendersi che non lo fa, ma se potesse lo farebbe, quindi lo si deve proteggere “noi” e decidere in sua vece (palesemente in barba ad ogni auto- che infatti diventa etero-determinazione).
Magari la mia è una descrizione un po’ riduttiva delle posizioni anti-abortiste ma volevo mettere in evidenza come il principio di autodeterminazione possa forse ritrovarvisi anche lì.
Lo stesso tema secondo me ritorna nelle argomentazioni usate per verniciare ideologicamente la guerra in Iraq. Di nuovo il principio di autodeterminazione, questa volta di un popolo, e di nuovo un’autodeterminazione ben poco auto- e molto etero-diretta.
Io sto cercando con gran fatica di farmi un’opinione in merito.
Forse penso che, indipendentemente dal numero di settimane, se il feto può sopravvivere senza la madre, allora forse è giusto fare il possibile per salvarlo, nel senso che (può) non dipendere più da lei. Se deve essere lei, quindi privandola della propria volontà, a tenerlo in vita, allora credo che la situazione sia diversa.
Poi non so bene nemmeno cosa penso riguardo al rischio di malfomrazioni. Qualcuno per esempio dice che rinunciare a priori perchè potrebbe il bambino avere problemi corrisponde a dire che solo la razza pura e perfetta merita di andare avanti (mi pare fosse il blog di enrica, orientalia, ma non sono sicura). Io mi sa e temo di non pensarla così.
Boh, più opinioni sento (ascolto solo quelle sensate però), più sono confusa. Il tuo post mi ha confuso ancora di più.
Nel dubbio, il mio me lo tengo stretto
Giulia, volevo scrivere anch’io un post in merito poi ho pensato di aspettare un po’ e di leggere il bellissimo libro di Valeria Parrella, Lo spazio bianco, che narra la storia -in parte autobiografica- di una mamma e di Irene, la sua bimba nata al sesto mese di gravidanza. La scrittrice napoletana ha vissuto un’esperienza simile e il libro riesce a condensare in poche pagine tutto il dolore, l’incertezza, l’abbandono e la disperazione.
@ Giacomo: sul fatto che al feto venga attribuita una propria volontà ci sarebbe molto da dire, proprio in relazione alle pratiche di costruzione comunicativa della realtà del feto. A questo proposito, un amico di Roma, mi parlava di un manifesto anti-abortista affisso nelle strade del centro della Capitale. L’immagine era quella di un bambino, Marco; la didascalia era più o meno questa: “Marco avrebbe voluto fare l’astronauta. Ma non lo farà. Perché non è mai nato.”
Sulla stessa linea l’idea francese di dare un nome ai feti abortiti: http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsid=78434
@ Valentina: intanto, sì, tienitelo stretto e goditi appieno il particolare momento della gravidanza!
Quanto ai feti da rianimare, io credo che si tratti di una questione controversa che richiama in causa non solo il tema dell’aborto, ma anche quello dell’accanimento terapeutico e dell’eutanasia.
In ogni caso, io sono del parere che la rianimazione del feto vada assolutamente vincolata alla decisione della madre. In pratica, quell’essere prematuramente partorito, potrebbe forse sopravvivere solo grazie all’impiego di tecnologie che potrebbero anche portare ad una forma di accanimento terapeutico. Oppure potrebbe riportare seri danni nello sviluppo mentale e fisico. Chi si farà carico di questa situazione? La donna che voleva abortire? E, se no, chi? Magari nemmeno la donna che tanto lo desiderava e che ha avuto complicanze che l’hanno portata a un parto prematuro può immaginarsi in una situazione del genere. In ogni caso, credo che la decisione sul da farsi, spetti interamente alla madre.
@ Chiara: grazie della segnalazione. Credo che leggerò il libro!
Segnalo questo articolo, chiaro e illuminante. Io mi trovo completamente d’accordo con la posizione dell’autore.
Ci scriverò un post quanto prima:
http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/09-Febbraio-2008/art5.html
E’ interessante quest’osservazione sulla sacralizzazione delle tecniche di rianimazione, ma non mi stupisce, da sempre il pensiero religioso (e non solo) ha sacralizzato la tecnica quando era utile ai suoi fini e l’ha demonizzata quando non lo era, almeno così mi pare.
tornando invece sulla costruzione dell’immagine del feto come individuo autonomo, beh tu sei l’esperta
in merito (almeno come ex-sociologa
però volevo farti notare un’altra cosa (magari te ne eri già accorta): a parte le sparate retoriche sull’eugenetica una delle argomentazioni contro la diagnosi pre-impianto con relativa e volontaria (da parte dei genitori o anche solo della madre) selezione di eventuali embrioni portatori di gravi malattie genetiche è la seguente:
in genere viene portato in tv o sulla stampa un adulto o un bambino portatore della malattia ancora vivo e gli/le si fa dire (o lo dice qualcun altro per lui/lei nel caso non sia in grado autonomamente), “se mi fosse stata fatta la diagnosi pre-impianto ora non sarei qui, e io preferisco vivere” o qualcosa di simile.
E’ interessante come questo strumento comunicativo (o forse andrebbe chiamato artificio retorico-teatrale) identifichi completamente o quasi la persona con la malattia genetica di cui è portatrice e secondo me si innesta in un trend più ampio che sta pervadendo parte del pensiero cristiano, e non solo, e che piano piano porta sempre di più a identificare la persona con il suo corredo genetico.
E’ paradossale che questa corrente di pensiero spesso nasca (io credo anche sinceramente) come corrente anti-nazista ma che non riuscendo ad uscire dall’elemento genetistico del nazismo* paradossalmente ne perpetua (almeno parzialmente) gli schemi comunicativi.
*Per elemento genetistico dell’ideologia nazista intendo l’idea che la persona possa essere ridotta al suo genoma per poi trasfigurarla in qualcosa di più “alto” che nel nazismo era la razza/nazione e nell’ideologia vitalistica cristiana odierna è la vita umana in quanto tale.