Ieri era il giorno della memoria.
Un giorno che, al di là delle gite scolastiche ai luoghi dell’Olocausto o delle commemorazioni istituzionali, potrebbe anche portarci a riflettere sull’oblio.
E non solo sull’oblio che potrebbe ricadere sugli ebrei perseguitati, sulle loro storie, sulle loro vite che, come quelle di tutti coloro che hanno subito violenze e soprusi, si meritano una degna commemorazione. Ma anche su quello che investe quotidianamente gruppi di persone più o meno interessanti (o più o meno funzionali) all’interno del panorama economico e politico.
Non mi si fraintenda: non sto dicendo che il massacro degli ebrei non vada ricordato. Sto dicendo che la giornata della Memoria dovrebbe essere, appunto, la giornata del ricordo, non la giornata della commemorazione delle vittime dell’Olocausto. E in quanto giornata del ricordo dovrebbe lasciare spazio a tante piccole e grandi memorie, ciascuna legata a particolari storie, a singole vite, a ingiustizie e soprusi, a violenze subite e a battaglie combattute, a nuovi diritti da rivendicare e, ancora, a nuove vite da difendere.
E così, prendendo spunto da dibattiti sui alcuni blog, e in particolare da un articolo di Slavoy Žižek apparso su il manifesto del 23 gennaio, ecco il mio (in ritardo) per il giorno della memoria.
Io vorrei ricordare chi non ha nemmeno il privilegio di entrare nelle trame comunicative della commemorazione: chi non serve a niente, chi non è funzionale agli apparati delle società – al mercato in primo luogo, alla politica, al secondo posto -, chi, proprio per la sua inutilità comunicativa non è degno di essere ricordato.
Chi non esiste nemmeno come vittima, e la violenza che sul suo corpo si consuma è una “violenza astratta” (definizione di Žižek), proprio perché apparentemente non legata alle vite che distrugge. Come la violenza della speculazione speculazione finanziaria “che procede nella sua propria sfera, senza che vi siano legami evidenti con la realtà delle vite umane … che travolge … come uno tsunami, senza una ragione apparente”.
E allora, nel giorno della memoria, io voglio ricordare chi è invisibile nei media e nell’opinione comune: gli operai morti sul lavoro e quelli che, anziché estinguersi lentamente, si logorano nel terrore della chiusura di una fabbrica o di un’imminente cassa integrazione; le donne che, spesso silenziosamente, subiscono inauditi soprusi; i profughi e le vittime di guerre di cui non ricordiamo nemmeno l’esistenza.
Vittime invisibili; e sopravvissute alla propria morte.
Sì, perché una vittima invisibile è uccisa dal sopruso (violenze, traumi ma anche esclusione sociale) ma sopravvive, senza più la forza di far sentire la prorpia voce, senza sapere bene che cosa dire e chi incolpare, senza nemmeno poter identificare chiaramente un nemico contro il quale combattere. Senza nessuna possibilità di resistenza.
Ecco, io, per quanto possa servire, vorrei ricordare che le vittime invisibili esistono, e non sono altro che il prodotto dell’indifferenza sociale.
E, infine, se vogliamo parlare di memorie, io, per il giorno della Memoria, voglio ricordare anche le mie origini – i contadini e le lotte per la terra e per combattere la fame; e poi le donne, orgogliose di combattere per la libertà – la loro, quella di un popolo e dei loro figli.




Sto dicendo che la giornata della Memoria dovrebbe essere, appunto, la giornata del ricordo, non la giornata della commemorazione delle vittime dell’Olocausto.
Non sono d’accordo Giulia. E’ come dire che l’11 settembre non dovremmo ricordare quella tragica giornata del 2001 ma sarebbe meglio concentrarci su tutti quelli uccisi dagli americani in Afghanistan e Iraq.
E’ vero, dovremmo ricordarci molto più spesso dei morti invisibili . E quelli che hai nominato sono stati vergognosamente dimenticati.
Ma l’Olocausto è stato un fenomeno di tale portata che “merita” un giorno a sè.
Cara Chiara,
certamente l’Olocausto “merita” un giorno a sé.
Ma le parole sono importanti e la parola memoria, forse, lo è ancora di più di tante altre. Ha ragione chi decide di fare della memoria un ambito privilegiato dei propri percorsi di ricerca, soprattutto di questi tempi.
E quindi, se parliamo di GIORNATA DELLA MEMORIA, allora dentro ci stanno tante cose. Soprattutto ci stanno le memorie radicate nelle singole vite, come anche le memorie di fatti non vissuti ma che in qualche modo toccano da vicino la nostra sensibilità.
Quindi ricordiamo l’Olocausto, nella consapevolezza che nessuna occasione commemorativa può essere trattata come LA MEMORIA.
Tutto qui. Nemmeno a me va di fare polemiche su questi argomenti.
Ciao Giulia,
non so…non mi appassiono molto alle sfumature semantiche.
Io sì! Non ha caso in questo blog esiste una categoria dedicata alla “semantica”
E poi, la frase “le parole sono importanti”, mi piace molto … è una citazione.
Un giorno credevo che il problema della memoria (semantica o di altro genere) fosse un problema solo nostro, smemorati un pocoper comodo e un poco per vizio. Già dal 1945 al 1955 avevano in qualche modo perso un contatto diretto di una “certa” memoria prossima (la resistenza,l’olocausto ecc) se gli scritti incrociati in quel libro (che non trovo, era einaudi?) avevano già il tenore e i contenuti che più o meno usate nei commenti precedenti questo. In sostanza al di la di tutto, ricordo di avere pensato, ricordare è comunque un progetto: si costruisce la memoria (almeno quella dei calendari) e il suo significato un pezzo per volta.
… per concludere mi sento molto vicino a Giulia: l’atto del ricordo e della memoria (nel momento in cui si dedica del proprio) deve essere libero di essere fatto per quello che si crede, basta non lo si faccia diventare una cosa per tutti ma resti personale.