l’università non evolve. E non solo l’università

Questo blog rimane spesso, troppo a lungo, in silenzio, nonostante i miei buoni propositi. Eppure, fra una moratoria sull’aborto e un governo che cade, le occasioni e gli argomenti per scrivere non mancherebbero… Per il momento ancora un post sull’Università.

Segnalo un articolo uscito ieri sul domenicale de il Sole24Ore: “L’università non evolve” di Gilberto Corbellini – recensione del testo di Andrea Bonaccorsi e Cinzia Dato, Universities and Strategic Knowledge Creation, che prende in esame i sistemi accademici di 6 paesi europei. Le idee messe in campo per criticare il sistema accademico italiano sono semplici e chiare:

1. Le politiche di governo, in materia di riforma universitaria, non si basano su studi empirici significativi al fine di orientare le decisioni, ma semplicemente sulla base di valutazioni politico-ideologiche. Più esplicitamente: “dipende da chi viene chiamato come consulente del ministro di turno”.

2. A differenza di altri stati, le università italiane continuano a rimanere strettamente dipendenti dai finanziamenti pubblici, mentre i contributi di privati sono fra i più bassi in Europa.
Questa, io credo, è una questione molto delicata. I finanziamenti pubblici, si sa, dovrebbero essere una garanzia di libertà della ricerca: invece, stando al panorama italiano, si sono trasformati nel suo contrario. La ricerca è bloccata e le sue tracce sono segnate dai professori-baroni che, quando non impediscono agli allievi di studiare e pubblicare (perché li impegnano in altre attività di vario genere), utilizzano la stessa teoria come strumento di potere e misura della fedeltà del discente-discepolo.

3. I governi non sono stati in grado di incentivare in alcun modo i finanziamenti privati alle università, penalizzando il tanto auspicato collegamento fra formazione e mondo del lavoro.

4. Il tentativo di armonizzare i sistemi di istruzione superiore in Europa ha significato, per l’Italia, esclusivamente un totale declassamento del titolo di laurea, senza portare nessun significativo vantaggio (vedi punto 3).

5. Le università meno produttive (e dunque le più mediocri) risultano essere quelle con la più alta percentuale di professori ordinari.

Conclusione:

la mancanza di competizioni e pressioni selettive, insieme al corporativismo della classe docente e alla mancanza di governanti capaci e responsabili, non ha consentito alle università italiane di differenziarsi, modulando adeguatamente i parametri funzionali e le risorse, come è accaduto in tutti i paesi con un’economia basata sulla conoscenza, in università orientate alla ricerca e università volte all’insegnamento.

ma si sa che cosa non funziona, cosa no e perché. Basterebbe trarne le logiche conseguenze.

L’analisi è interessante. Putroppo la sensazione è che questo malessere non riguardi solo il mondo accademico, ma tanti aspetti di un paese sempre più devastato dall’ignoranza e dalla corruzione.

Io me ne sono andata dall’università ma, al momento, non ho intenzione di emigrare. Credo che sia venuto il momento di scrollarsi di dosso il senso di impotenza e iniziare ad agire concretamente… ma come?
Militando in qualche partito ? uhm…
Con il blog? vane speranze…

si accettano suggerimenti, non troppo sovversivi ;-)

1 Risposta a “l’università non evolve. E non solo l’università”



  1. 1 Libru » l’università non evolve Trackback su Gennaio 29, 2008 alle 12:56 am

Lascia un commento