Oggi su il manifesto Giulio Palermo, ricercatore all’Univesrità di Brescia, Dipartimento di Studi economici, scrive un articolo (p. 13) significativamente intitolato Improbabili ricercatori nell’università fondata sulla cooptazione.
Palermo avanza una critica agli aspiranti ricercatori che si comportano, quasi inconsapevolmente, e comunque – secondo Palermo – erroneamente, come categoria professionale, ma che in realtà non sono altro che singoli gregari, che rincorrono ubbidientemente un barone-protettore nella speranza di essere cooptati. Gli aspiranti-ricercatori che si auto-definiscono ricercatori precari sarebbero quindi compiacenti artefici del meccanismo di cooptazione, pronti a riprodurre il sistema senza nemmeno esservi entrati.
Visto che anch’io per ben sette anni mi sono definita ricercatrice-precaria, mi sono sentita chiamata in causa.
La prima cosa che mi è venuta in mente è questa: come ha vinto il suo concorso da ricercatore-non-precario Giulio Palermo? È veramente riuscito a sottrarsi dalla logica del concorso ad personam (e quindi alla necessaria logica dell’obbedienza) che denuncia nel suo articolo, o al contrario è uno di quelli che crede di poter accettare il compromesso in maniera strumentale e temporanea per poter poi cambiare il mondo universitario dall’interno? E come?
L’idea di cambiare il sistema dall’interno l’ho sentita troppe volte. Per un po’ l’ho anche condivisa, ma ad oggi faccio fatica a vedere qualche possibilità di realizzazione di una vera rivoluzione: perché il sistema è troppo potente, e perché è troppo alto il rischio di essere bonificati(o resi-innocui), soprattutto in seguito ad anni di pressanti e pesanti frustrazioni dovute ai noti meccanismi servili e competitivi che l’università, a vari livelli (non solo di precari), innesca.
Su alcune cose sono comunque d’accordo con Giulio Palermo.
1) Le malattie del sistema universitario generano inevitabilmente una dequalificazione della didattica e della produzione scientifica. Si pubblica poco (perché troppo impegnati a fare esami o a sostituire docenti a lezione) o si pubblica troppo (e spesso male) per aver titoli. Si è talmente impegnati a comprendere e riprodurre le logiche del sistema che, spesso, si fatica a cogliere i nuovi linguaggi di cui gli studenti sono portatori e che, forse, vale la pena di sapere in qualche modo riconoscere, se non comprendere. Naturalmente ci sono eccezioni (io ho avuto la fortuna di toccarlo con mano), ma credo che se il sistema non si sottopone a una radicale revisione organizzativa e culturale, il prezzo da pagare in termini qualitativi sarà molto alto. E le idee, le più libere, le più innovative, non nasceranno più all’interno dell’università, ma altrove. (qualcun’altro si è già espresso in tal senso).
2) È necessaria una maggiore presa di coscienza da parte dei cosiddetti ricercatori-precari. Non tanto una presa di coscienza riguardo la loro situazione (che credo sia molto chiara), quanto una presa di coscienza riguardo il loro potere, sia nei confronti della possibilità di mobilitare gli studenti verso nuovi modelli culturali, sia nei confronti del sistema. Ad esempio sarebbe bello se molti decidessero, magari durante le sessioni d’esame, di sottrarsi dall’affiancare il barone-protettore (che magari ti fa sentire che fare gli esami per lui è un grande privilegio). Magari chiedendo l’appoggio a ricercatori di buona volontà come Giulio Palermo. Magari utilizzando i social media per creare reti alternative in cui parlare di questi problemi ma anche nelle quali impostare percorsi di ricerca indipendenti.
Ma forse tutti questi discorsi sono stupide utopie. I crumiri sono sempre in agguato. Il peso del ricatto è potente e insidioso. Creare una coscienza al di fuori del sistema forse serve a poco, visto che il sistema, comunque, vive nella propria autoreferenzialità.
Io alla fine me ne sono andata.



Ho la sensazione che ci sia qualcosa di ambiguo nel termine ricercatore precario. Se precario vuol dire che ho un contratto a tempo determinato allora siamo d’accordo. Se precario però viene inteso come momentaneamente provvisorio, il termine rimanda implicitamente ad un futuro di stabilità. Questa stabilità nei termini dell’accademia è di solito rappresentata dal concorso da ricercatore.
Penso sia dietro questo secondo significato che si nasconda il motivo per cui personalmente fatico ad auto-definirmi un ricercatore precario.
Un lavoratore con un contratto a tempo determinato è di certo in una situazione provvisoria ma (1) non è detto che la stabilità sia un valore in sé (2) non è affatto detto che la stabilità vada ricercata solo e unicamente all’interno dell’organizzazione per la quale si lavora a tempo determinato.
Se invece di ricercatori precari ci si auto-osservasse più come liberi professionisti anche le logiche di potere interne all’accademia ne risentirebbero.
La contingenza può avere dei lati positivi.
Visto che non ha alternativa conviene imparare ad apprezzarli
K.Popper scriveva della degenerazione subita dal sistema universitario a causa del principio di obbedienza che i docenti impongono alle nuove leve già nel suo The Open society and its Enemies e non si riferiva nemmeno al sistema italiano ma al sistema anglosassone!
Capisco che il primo pensiero che viene alla mente leggendo che la mia critica alla cooptazione viene da un ricercatore strutturato sia quello del mio percorso personale. Pensiero legittimo. Meno legittimo è chiedere giustificazioni in questo senso. Perché così facendo si trasforma un problema politico in una questione personale, quasi nella speranza che trovando una macchia anche nell’autore, si possa rigettare la critica, senza considerarla veramente. E invece io credo che il dibattito possa avanzare anche tra persone con macchie, tanto che mi rivolgo ad una categoria che di certo qualche macchia ce l’ha. Ma, visto che il timore di una mia contraddizione tra teoria e prassi viene qui da una donna che, nonostante il dubbio, non teme i miei argomenti, voglio comunque rispondere anche sul piano personale.
Ebbene, se io scrivo queste cose, col veleno nel sangue (e coi codici in mano per difendermi dal mobbing) è perchè le carte ce le ho disgraziatamente in regola! Troppo in regola: perchè alla fine mi sono trovato da solo a combattere (il mio percorso accademico, ma anche politico, è di pubblico dominio: http://fausto.eco.unibs.it/~palermo). Perciò penso anch’io che la storia di “entrare nel sistema per cambiarlo” non sta assolutamente in piedi. Il sistema, se ingiusto, si contesta. Da fuori e da dentro. Si contesta do dove ci si trova.
E questo è il problema dei ricercatori precari (RP): che loro il sistema non lo contestano affatto. Perché loro non dicono più nemmeno che vogliono entrare nel sistema per cambiarlo. Dicono che vogliono entrare e basta. E per questo preferiscono non pronunciarsi sulla cooptazione: perché sanno che se otterranno la loro posizione strutturata sarà grazie a questo meccanismo perverso, non nonostante esso.
La cooptazione è un meccanismo infame, illegale e discriminatorio. Da essa discende l’alienazione nostra e quella degli studenti e tutte le difficoltà che incontriamo noi e loro nel costruirci un percorso critico autonomo. Sulla cooptazione si erige un’intera struttura di potere che regola la vita quotidiana di molti di noi. La cooptazione è il meccanismo più sicuro per riprodurre la cultura e il pensiero scientifico dominanti, lasciando fuori ogni voce critica e deviante. Essa richiede e infonde obbedienza e rispetto, invece che autonomia e spirito critico. Ma di tutto questo nessuno ne parla.
Neanche i RP, che in questo sistema pagano il loro conto. Perché la categoria dei RP non può certo dirsi contraria alla cooptazione, visto che esiste in virtù di essa. E, in fondo, quello che io chiedo si riduce a questo: ad una presa di posizione politica contro la cooptazione.
Se io chiedo di volgere lo sguardo agli studenti, invece che ai baroni, è perché il movimento studentesco, con tutti i suoi problemi, sta tentando faticosamente di costruire un fronte di lotta per mettere l’università al servizio di chi ci lavora e ci studia e della società intera, invece che dei baroni e, per la loro mediazione, del capitale. Gli studenti si espongono in prima persona: vengono sgomberati, denunciati, vengono negati loro gli spazi per le loro iniziative e, molto spesso, si trovano in contrapposizione frontale col potere baronale.
I RP invece dialogano amichevolmente col mondo baronale, per negoziare i termini della loro cooptazione, unendosi ad esso nella richiesta di maggiori fondi e opponendosi ad esso, solo formalmente, nella richiesta di “stabilizzazioni” per tanti, invece che per pochi. Ma i termini stessi in cui pongono il problema sono incompatibili con una sua vera soluzione.
Perché i RP vogliono la fine della precarietà ma non anche la fine della cooptazione – che è un meccanismo di reclutamento che richiede, per sua struttura interna, una fase di precarietà. Essi dunque non contestano la precarietà come fase necessaria della cooptazione baronale. Contestano solo la loro precarietà. Ma accettano acriticamente il sistema di cui essa fa parte.
Eppure lo sanno anche loro che il sistema baronale per funzionare deve appoggiarsi su una categoria precaria, incapace di camminare sui suoli piedi e legata a filo doppio ai poteri accademici forti. Infatti, senza una categoria perennemente in corso di cooptazione, il potere baronale si discioglierebbe nel nulla. Questo sì sarebbe un bel colpo. Peccato che questo risultato sia incompatibile con la battaglia dei RP, visto appunto che questi ultimi combattono la loro precarietà accettando la cooptazione, che richiede comunque la precarietà di qualcuno.
Emerge qui in modo chiaro tutta l’ambivalenza di una categoria che contiene al suo interno i futuri docenti strutturati, ma anche i futuri esclusi. Tra i RP c’è chi non ha nessun interesse a cambiare il sistema (e vorrebbe giusto tempi meno lunghi nella fase di cooptazione) e chi ha interesse ad affossarlo questo sistema. Per questo il mio invito è a trasformare questo processo di auto-riconoscimento, oggi basato su un puro spirito corporativo, in un processo critico, che porti a contestare questo sistema, invece di accettarlo e che riapra il problema delle funzioni economiche e sociali dell’università, invece di accettare il sistema attuale come unica università possibile.
Giulio Palermo
ho letto sul Manifesto l’articolo di Giulio Palermo, l’argomento mi interessa (da ex ricercatore precario, da attuale docente universitario).
In parte concordo, in parte dissento o quantomeno avrei qualcosa da dire, ero tentata di scrivere all’autore e sono ben contenta di poter usare lo spazio di Giulia per continuare il ragionamento.
1. concordo, l’università italiana è messa malissimo, lo spazio per la crescita individuale, per l’espressione creativa sia dei docenti che degli studenti, è ridotta al minimo, lasciata alla buona volontà dei singoli e ostacolata dal funzionamento ordinario del sistema. non mi dilungo su questo, ma è una premessa cruciale. docenti e studenti avrebbero motivi di coalizzarsi per stare meglio, tutti.
2. sui ricercatori precari: è vero che nell’università italiana si tratta di persone a cui è stata promessa o ventilata la cooptazione, ciò non significa che non siano precarie, e che ne possano soffrire. non credo vada trascurata questa sofferenza, anche per ottenere una maggiore consapevolezza di questi potenziali ricercatori futuri. io ricordo con grande sofferenza gli oltre tre anni trascorsi tra la fine del dottorato e il superamento del concorso da ricercatore, anche perchè ho sempre avuto bisogno di guadagnare per vivere, ma non solo: si somma l’ansia della precarietà (che vivono gli stessi liberi professionisti, ne conosco parecchi) con il timore di non riuscire a fare un lavoro desiderato (magari sbagliando proiezione; non sempre l’università è il luogo migliore per studiare, fare ricerca e scrivere dei libri, ma questo si scopre dopo).
3. sulla cooptazione: forse sbaglio, ma io sarei per una cooptazione trasparente anzichè per una cooptazione ipocrita mascherata da competizione da libero mercato, quale è oggi il reclutamento nell’università italiana. ogni università sia libera di prendersi a carico i ricercatori e i docenti che preferisce, su chiamata, e sia responsabile degli esiti delle sue scelte: la qualità della ricerca e della didattica dipenderà da queste. e, si spera, gli studenti sceglieranno in base a quello che viene loro offerto (anche se non sono certa che oggi questo meccanismo funzionerebbe, nell’università italiana).
una cosa è certa, così non si può continuare.
@ Fabio: credo che la tua posizione non sia condivisa da molti. Io, che ho avuto una bambina, difficilmente avrei potuto pensarla come te.
@ Giulio Palermo: le mie scuse più sincere per aver insinuato dubbi sulla tua posizione. Non era di certo un tentativo di rigettare la tua critica al sistema accademico, critica che, come ho avuto modo di spiegare, condivido. I dubbi avanzati provengono, in parte, dalla profonda delusione che, in quanto esclusa (esclusa o auto-esclusa poco importa) ho provato; in parte, dalla difficoltà nel credere in progetti di riforma dall’interno, non per mancanza di buona fede in chi li porta avanti, ma perché sono consapevole della potenza del sistema e della sua capacità di indebolire la lucidità (e la psiche) di chi vi partecipa. La quasi totale omertà da parte dei ricercatori precari di fronte a questo post (letto ben 267 volte) ne è la testimonianza.
Comunque parlarne è già tanto, anzi: è un inizio. Io spero che queste discussione abbiano un seguito. Intanto grazie per avere stimolato questo dibattito tanto cruciale per il sistema universitario e per il nostro paese.
@ Roberta: grazie per essere intervenuta. Ci contavo, visto che ti considero una delle poche eccezioni di cui ho parlato nel post.
Sono d’accordo con te su gran parte delle cose che dici.
In particolare sul fatto che l’università è messa malissimo (e chi non è d’accordo?); ma anche sul fatto che i ricercatori precari siano in uno stato di sofferenza: credo che in tal senso la parola alienazione (a qualcuno cara e usata qui da Giulio Palermo), sia più che azzeccata. Il problema è che questo stato di alienazione, spesso, si protrae anche una volta cooptati.
Sulla cooptazione trasparente ho dei dubbi: l’università è pur sempre un’organizzazione pubblica e affidarla ufficialmente ai criteri di scelta di pochi mi sembra rischioso. È vero che, di fatto, è già così, tuttavia avvallare una pratica del genere… non saprei.
Con molta meno autorevolezza di quanti mi hanno preceduto, lascio il mio pensiero.
Io concordo con Roberta, che la cooptazione sia trasparente. E’ inutile continuare a rendere il sistema sempre più democratico e trasparente in teoria (ritorno dei concorsi nazionali), se questo si traduce sempre e solo nello sforzo creativo per trovare sistemi per aggirarli (non si può controllare il concorso? allora controllo la nomina della commissione nazionale con le belle telefonate che mi piacerebbe fossero intercettate). Se il discorso è “non è giusto ma è così”, allora che sia almeno dichiarato e meno costoso per tutti. Se no, si cambia. Il mezzo non è mica sempre una virtù.
Parli di utopie, e lo sono. Ma i cambiamenti importanti non si sono certo sempre fatti quando le cose parevano possibili o fattibili. Ci lamentiamo quando non tocca a noi (io mi metto in prima fila) o quando subiamo le ingiustizie, ma quando il posto è nostro il sistema ci va bene. Io non voglio credere che non ci sia niente da fare, sarebbe ancora peggio che trovarmi, come mi trovo, a pensare di dover lasciare questo lavoro.
Se no non dovremmo avere la coscienza pulita per entrare in aula e fare, e sentirci, insegnanti. Perchè insegnamo qualcosa di sbagliato.
Insomma, è difficile, e impossibile. Ma non per questo andrebbe abbandonata l’idea.
E’ solo un parere.
Sono pienamente d’accordo con Valentina.
È necessaria una maggiore presa di coscienza da parte dei cosiddetti ricercatori-precari. Non tanto una presa di coscienza riguardo la loro situazione (che credo sia molto chiara), quanto una presa di coscienza riguardo il loro potere, sia nei confronti della possibilità di mobilitare gli studenti verso nuovi modelli culturali, sia nei confronti del sistema
Verissimo, cara Giulia. Il potere di mobilitazione: bisognerebbe iniziare a fare qualcosa di serio…
Cara Giulia e altri,
vi invio questo mio pezzo che uscirà sul prossimo numero di “A – La rivista anarchica”. Rispondo così, da comunista, a chi mi appiccica addosso il baffone staliniano, accusandomi di essere un sicario inviato dal manifesto (di cui evidentemente i responsabili della Rete Nazionale Ricercatori Precari ignorano la storia).
Saluti antibaronali
Giulio Palermo
http://fausto.eco.unibs.it/~palermo/
RICERCATORI PRECARI IN DIFESA DELL’UNIVERSITÀ BARONALE
Il 12 dicembre, il manifesto ha ospitato una mia critica ai ricercatori precari (RP) e al loro atteggiamento ambiguo e contraddittorio verso la cooptazione e il mondo baronale. Pur sapendo di toccare un tema delicato, in cui si sovrappongono storie personali, privilegi corporativi e questioni politiche, la mia scelta di soffermarmi sull’anello più debole della catena del potere accademico è stata quasi obbligata. I docenti di ruolo, infatti, proprio per il potere che traggono dai rapporti baronali, hanno tutto l’interesse a perpetuare questo sistema. I RP hanno invece interessi contraddittori, in cui si intrecciano rapporti privilegiati col mondo baronale e ambizioni scientifiche, che sono frustrate proprio dai rapporti baronali.
La “precarietà” come fase della cooptazione
Il “sistema universitario” nasce con l’Unità d’Italia. Da allora, la sua riproduzione è affidata ad un meccanismo di reclutamento contraddittorio, basato, nella forma, sul concorso pubblico e, nella sostanza, sulla cooptazione. Questo ha permesso di scongiurare il pericolo sovversivo di un sistema privo della guida necessaria a garantire la riproduzione della cultura dominante e l’assolvimento delle funzioni di indottrinamento e controllo sociale richieste dalle classi dominanti, in un contesto apparentemente democratico.
La cooptazione inizia con una serie di scambi di favori tra cooptatori e cooptandi, secondo cui i secondi si incaricano di alcuni doveri istituzionali e professionali dei primi, per ricevere, come ricompensa, i famosi contratti precari: borse di studio e contratti di ricerca. Ovviamente, questi contratti, a tempo determinato, non riportano le vere mansioni richieste (che, come ci spiegano i RP stessi, comprendono correzione di bozze, lavori a firma del cooptatore, lezioni, ricevimenti ed esami al posto del titolare del corso). Ma, il contratto, seppur implicito (e illecito), è ben noto alle parti. Se il cooptando lo accetta (o, meglio, lo insegue affannosamente) è perché gli permette di mantenere un piede nell’università e di sperare di metterci anche l’altro. Se il cooptatore lo offre è perché ne trae i benefici, senza pagarne alcun costo, che è invece a carico della collettività.
Ben inteso, anche questi “contratti precari”, formalmente, sono attribuiti per concorso. Ma, proprio per la funzione che svolgono, essi sono attribuiti al cooptando di turno con margini d’errore statisticamente insignificanti. Perché la fase più delicata della cooptazione è proprio quella iniziale, in cui il “precariato” gioca una duplice funzione: esso serve sia come test di fedeltà del cooptando, sia come base materiale da cui il cooptatore trae il proprio potere e scarica su altri i propri doveri.
La mistificazione dei ricercatori precari
Tutto questo nel discorso dei RP non appare. La loro storia comincia invece da qui: “La precarietà dei nostri contratti ci obbliga ad un plus-lavoro non remunerato e ci espone al ricatto. Noi svolgiamo mansioni che appartengono al corpo docente, ma che non ci sono riconosciute. Senza il nostro contributo alla didattica, il sistema entrerebbe in crisi. E anche sul piano scientifico, tra noi ci sono persone con titoli più prestigiosi di quelli dei docenti di ruolo”. Nient’altro che la verità.
Ma non, tutta la verità. Perché appunto il discorso dei RP riguarda la precarietà, ma non la cooptazione, che è un modo di reclutamento basato proprio sulla precarietà e in cui la precarietà è il primo passo verso i privilegi accademici. E da qui nasce tutta la mistificazione. Senza nemmeno conoscere la loro storia, i RP vorrebbero cavalcare il movimento contro la precarietà, dimenticando che la loro precarietà ha origini completamente diverse, essendo interna ad un meccanismo ben rodato di riproduzione del ceto accademico, che non ha niente a che fare con la nuova offensiva liberista contro il mondo del lavoro.
I RP rimangono così intrappolati nella terra di nessuno, un po’ sfruttati e un po’ privilegiati. E da qui discendono le loro acrobazie diplomatiche: i giorni dispari, si presentano come vittime del sistema di potere baronale e, i giorni pari, discutono amichevolmente con i loro referenti baronali i tempi della loro carriera accademica. Un giorno, in bella mostra, a invocare San Precario; l’altro, in gran segreto, a pregare San Gregario. Perché, prima ancora di parlare di riconoscimenti e stabilizzazioni, è tutto da vedere se, senza entrambi i santi, i RP otterrebbero il posto che ricoprono.
La lotta impossibile dei ricercatori precari
Vittime della loro stessa mistificazione, i RP chiedono dunque la fine della precarietà e il proseguimento della cooptazione. E non vedendo la contraddizione in termini, cercano le cause della loro sconfitta in oscure trame di potere. Così, anche l’apertura di un “fronte a sinistra” (cf. la loro replica al mio articolo – il manifesto, 18 dicembre), non incrina le loro certezze, ma conferma l’esistenza del complotto. E individuano allora in un cane sciolto rabbioso, incapace fino a ieri di socializzare la sua lotta anti-baronale, l’espressione delle “ottime relazioni tra l’accademia e alcuni settori della sinistra”!
Senza vedere che il rifiuto delle loro richieste è determinato dai loro stessi referenti (che occupano peraltro il 12% dei seggi parlamentari), i quali non hanno alcun interesse a porre fine al sistema di potere di cui sono al comando. Addirittura i rettori, con cui i RP sfilavano a braccetto nelle manifestazioni del 2005, invocano ora la Costituzione per impedire la loro stabilizzazione, sostenendo che essa lederebbe l’autonomia universitaria (art. 33). E i RP si guardano bene dal replicare che la Costituzione afferma pure che “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso” (art. 97), e non mediante cooptazione. Perché la cooptazione, anche se incostituzionale, sta bene a tutti, docenti di ruolo e RP, baroni e portaborse.
Persone che manderebbero in galera un disgraziato che ruba per mangiare –“perché la legge è legge”– di fronte alla cooptazione universitaria, non invocano la legalità, ma filosofeggiano sulla propria specificità, che renderebbe addirittura necessaria la cooptazione. E i primi a cadere in questa mistificazione sono proprio i RP, che usano gli stessi argomenti dei loro baroni: “La ricerca è speciale, non si può valutare oggettivamente, l’importante è dare il giusto peso al merito, il lavoro universitario richiede un’equipe coesa…” – argomenti che dimostrano quanto i RP abbiano ben assimilato la logica dei loro capi e siano, in definitiva, soltanto l’altra faccia della medaglia del potere baronale.
E in tutto questo, nessuno nota che i problemi di chi vuol fare ricerca scientifica sono causati dalla cooptazione, non dai suoi critici.
La fine del pensiero critico
La cooptazione impedisce l’emancipazione scientifica del cooptando e mortifica le funzioni critiche dell’università. Il cooptatore opprime il cooptando, anche se lo protegge, perché impedisce il suo sviluppo scientifico, richiedendogli obbedienza e fedeltà, invece che rigore e originalità.
A volte, il rapporto di potere è esplicito e palese, come in certe facoltà, dove i baroni si riconoscono dal codazzo di portaborse che li segue. In altri casi, il rapporto baronale si fonde invece con una filiazione anche scientifica. Perché baroni sono anche quei Maestri che, per introdurre i loro studenti migliori alla ricerca, li invitano a partecipare ai propri progetti, li portano con sé ai convegni, e, poi, proprio per la stima reciproca che intercorre tra loro, li difendono dalle cordate rivali nelle sedi in cui si ripartiscono posti e risorse. Perché, nell’università baronale, la filiazione scientifica può durare solo finché il cooptatore si impegna a tenere in vita il cooptando (e termina non appena il cooptando si allontana dagli interessi del cooptatore, o addirittura ne critica le scelte scientifiche e accademiche).
Questo aspetto materiale –che i RP conoscono bene– ribalta il rapporto scientifico che intercorre tra maestro e allievo. Infatti, anche nel caso più favorevole, in cui il rapporto baronale ha una dimensione pure scientifica, la loro interazione non valorizza le ambizioni scientifiche dell’allievo-cooptando, ma quelle del maestro-cooptatore. E questo proprio nella fase più delicata dello sviluppo scientifico di un giovane studioso, che dovrebbe essere aiutato a trovare il proprio percorso, non essere indirizzato verso il percorso di chi può garantirgli –evidentemente, a suo insindacabile giudizio– il successo accademico.
Ma di questi problemi non c’è traccia nelle battaglie dei RP. Loro non si lamentano dello svilimento del loro percorso scientifico, ma dei loro limitati privilegi accademici. Questo dimostra che a loro non interessa la ricerca scientifica, come pomposamente affermano, ma la carriera accademica, cioè la scalata verso nuovi privilegi economici e di potere. Infatti, il loro vero privilegio, quello di essere pagati per pensare (a differenza dei veri precari, che sono pagati per eseguire), non lo sfruttano nemmeno. Perché sanno che, durante la cooptazione, non si deve pensare, ma eseguire, obbedire, svolgere acriticamente la funzione richiesta dal referente.
Da questo punto di vista, i RP sono in buona compagnia, accanto ai docenti di ruolo. Questi ultimi, infatti, hanno smesso di pensare già da tempo, come prezzo da pagare per entrare nella corporazione. E ora che possono finalmente pensare liberamente, hanno anche dimenticato come si fa. Quello che resta della loro passione giovanile per la ricerca è solo la bramosa ricerca di nuovi privilegi di carriera. Per loro l’affiliazione e i compromessi scientifici hanno persino smesso di essere prezzi da pagare. Sono piuttosto la dimostrazione delle proprie abilità relazionali, che –loro non possono più vederlo, ma i RP forse possono ancora– costituiscono la negazione stessa dell’autonomia di pensiero.
Le conseguenze sulla ricerca scientifica sono ovvie. La cooptazione permette di riprodurre la cultura e il pensiero scientifico dominanti, lasciando fuori ogni voce critica, indipendente e deviante. Essa richiede e infonde obbedienza, invece che spirito critico. Perché per entrare nelle cittadelle universitarie, il pensiero critico deve prima farsi interno al sistema, deve cioè incontrare un barone pronto a promuoverlo. Questo lascia fuori tutti quelli che, invece di cercare di risolvere i problemi dei loro referenti, si pongono domande (e, inevitabilmente, sollevano critiche), quelli cioè che costituiscono la vera sfida proprio sul fronte scientifico. In questo sistema, l’estensione del proprio feudo è il solo scopo e le idee senza baroni muoiono, con i loro portatori.
In questo contesto mistificato, la battaglia dei RP contro la precarietà è l’antitesi di quello che vorrebbe apparire. Perché i RP si presentano come forza oppressa, ma non osano contrapporsi alla casta che li opprime. Perché loro nella casta vogliono entrarci. Senza nemmeno quel riformismo moderato di chi afferma che bisogna entrare nel sistema, per cambiarlo dall’interno. Perché i RP vogliono entrare e basta. E sanno anche che se ci riusciranno, sarà grazie alla cooptazione, non nonostante essa.
Giulio Palermo
Ricercatore, Università di Brescia