
È di qualche giorno fa (almeno sui media italiani: 1, 2, ecc.) la notizia di un Kit per effettuare un test che permette di conoscere il sesso del nascituro solo dopo 6 settimane dal concepimento (contro le 13 settimane necessarie per svolgere l’amniocentesi, o le 20 per l’ecografia morfologica). Si tratta del Pink or Blue Kit test distribuito in Gran Bretagna e facilmente acquistabile su Internet direttamente dalla DNA Worldwide per un prezzo che va da 189 a 239 sterline (vale a dire da 277 a 350 euro), a seconda che si voglia avere il risultato in 4 o 6 giorni lavorativi.
La notizia, naturalmente, ha scatenato diverse polemiche di ordine morale, in particolare da parte delle associazioni antiabortiste che temono che la conoscenza precoce del sesso del bambino possa mettere i genitori in condizione di rifiutare il figlio se il sesso non dovesse essere quello desiderato.
“Questo test – si legge su La Repubblica – è molto pericoloso – sostiene Michaela Aston, portavoce dell’associazione LIFE – potrebbe far sì che si opti per l’aborto soltanto perché il bambino è del sesso ’sbagliato’”. Sulla stessa lunghezza d’onda Julia Millington, della Prolife Alliance: “C’è un rischio reale che alcune persone possano decidere per l’aborto in presenza di bambini di un certo sesso”.
In risposta, le ragioni dei produttori:
“Questo test si basa sulla conoscenza del DNA fetale nel sangue – spiega David Nicholson, direttore dell’istituto DNA Worldwide, braccio dell’azienda statunitense Consumer Genetics Inc – I genitori sono eccitati dalla gravidanza e desiderano conoscere il sesso del loro bambino. Molti ricavano nella casa un’altra stanza, o comunque la ridecorano per il bambino, e non vogliono aspettare fino alla ventesima settimana per conoscere il sesso del bambino”.
Tuttavia, oltre ad osservare questa proliferazione di comunicazioni e ricadute, anche economiche, connesse alla diffusione di questo test, mi vengono in mente due considerazioni.
Una riguarda l’importanza del genere in una società dove la semantica del transgender sembra prendere sempre più piede… tanto per parlare di complessità del sociale.
L’altra riguarda la struttura del tempo della gravidanza. Ed è una considerazione che mi viene dopo aver letto un post di Roberta che confronta la possibilità, oggi percorribile, di eliminare il ciclo mestruale per mezzo di pillole (ne avevo parlato anch’io qui) con i rituali delle donne indiane Nootka del Canada legati alle mestruazioni.
Il punto è che, comunicando l’invisibile della gravidanza (il sesso del nascituro, ma anche la presenza del feto o dell’embrione), si rischia un appiattimento del tempo della gravidanza stessa e uno scollamento fra i ritmi della gravidanza e le sensazioni o il sapere della donna.
Fino al XVIII secolo, scrive Barbara Duden, la verità di una gravidanza in corso poteva essere dimostrata solo con il parto, post factum. Prima del parto essere incinta significava vivere in “buona speranza” (Duden 2002, p. 55): l’unico modo per sapere, o meglio immaginare, ciò che sarebbe successo, era interpretare i segnali del proprio corpo e affidarsi al proprio sentire.
Intorno al 1730 si hanno le prime testimonianze di diagnosi di gravidanza a partire dal primo movimento del feto percepito dalla madre. Mentre, dopo quello stadio, il sesso del bambino poteva solo essere ipotizzato attravesro confusi segnali anch’essi percepiti dalla madre (alta velocità e intensità dei movimenti del feto, ad esempio, indicavano un figlio maschio), oppure in relazione al sapere analogico delle cosiddette mammane (che indicavano il sesso del nascituro a partire dalla forma della pancia).
Le cose sono molto cambiate e il tempo della gravidanza si è uniformato e si è svuotato delle sue intrinseche qualità. Scorre liquido dall’inizio alla fine: da subito si sa tutto del feto, compreso il sesso, e al sapere della madre, a quanto pare, non è più delegato nulla. L’unica scansione del tempo dipende dagli appuntamenti medici e dagli esami diagnostici.
Per il sistema medico e la società in generale, non esistono più donne incinte, ma gravidanze in corpi trasparenti, e feti, autonomi dalla madre: corpi medici e giuridici, luoghi di proiezioni etiche o morali, già terreno di comunicazione, prima ancora che di vita propria. (Di questo avevo già parlato: qui e qui.)



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